Occhio alla polarizzazione

Anatomia di un fenomeno di massa.

Tra le parole che Papa Leone XIV ha affidato a Madrid pochi giorni fa, invitando ad abbandonare le narrazioni divisive e polarizzanti per passare dalle sterili semplificazioni all’apprezzamento fecondo della complessità, non ho colto una semplice esortazione e nemmeno un richiamo morale.
E nemmeno un invito alla moderazione. Vi è qualcosa di più radicale e più esigente in quelle parole, ossia la richiesta di restituire alla parola pubblica una responsabilità che essa sta progressivamente smarrendo, quella di non ridurre il reale a slogan di schieramento, a riflesso identitario, a materia da tifoseria.

Per la precisione: «Invito tutti ad abbandonare le narrazioni divisive e polarizzanti per passare dalle sterili semplificazioni all’apprezzamento della complessità […] Rifuggire quegli approcci identitari che sembrano rendere tutto chiaro, ma popolano il mondo di fantasmi e di nemici […] è il dono che il Vecchio Continente può fare al mondo […]: apprezzare la complessità, non negarla».

In effetti, la polarizzazione non è semplicemente un eccesso di conflitto, e neppure coincide, come troppo spesso si crede, con la presenza di opinioni forti, divergenti o persino inconciliabili, dal momento che il dissenso appartiene fisiologicamente a ogni società viva e a ogni spazio pubblico non anestetizzato. Non ogni intensificazione del conflitto è patologica; alcune fratture rendono visibili diseguaglianze reali e contraddizioni non più rimovibili.

La polarizzazione diventa distruttiva quando smette di organizzare il confronto e comincia a impedire la traducibilità reciproca.
Essa comincia altrove, e precisamente nel momento in cui la differenza smette di essere riconosciuta come condizione della convivenza e viene invece trasformata in prova morale, in marchio, in segno di appartenenza assoluta, così che l’altro non è più qualcuno con cui contendere una visione del mondo, ma qualcuno da ridurre, da screditare, da confinare simbolicamente fuori dal recinto dell’umano legittimo (per quel preciso frangente).

È questo il primo tratto tipico della polarizzazione nella comunicazione, ed è un tratto profondamente sociolinguistico, perché riguarda il modo in cui il linguaggio non si limita a descrivere i conflitti ma li costruisce, li organizza, li distribuisce, li rende riconoscibili e poi, una volta resi riconoscibili, li irrigidisce.

Ogni polarizzazione, prima di diventare comportamento collettivo, è infatti una dinamica strutturale che può creare una vera sintassi del sospetto, una semantica della riduzione di prospettiva; si afferma attraverso parole-chiave che smettono semplicemente di nominare le cose e cominciano a classificare, attraverso etichette che condensano l’altro in una categoria facilmente respingibile, attraverso formule iterative che non servono a comprendere ma a delimitare un dentro e un fuori, un noi e un loro, un bene autoattribuito e un male sempre esternalizzato, con il consueto corollario di altezzosità morale.

Da questo punto di vista, la polarizzazione non è una patologia accessoria del discorso pubblico contemporaneo, ma una sua tentazione strutturale e peculiare, perché semplificare è più facile che comprendere, schierare è più rapido che interpretare, dividere è molto più redditizio, sul piano simbolico e spesso anche economico, che articolare.

Sull’argomento ho scritto molto e ho cercato di concentrare la mia attenzione soprattutto sui processi generativi della polarizzazione.

La complessità richiede tempo, studio, ascolto, rinegoziazione continua dei propri strumenti cognitivi; la polarizzazione, al contrario, funziona come un acceleratore di senso apparente, perché promette chiarezza dove ci sarebbe bisogno di pazienza, promette identità dove ci sarebbe bisogno di relazione, promette orientamento dove in realtà produce soltanto una direzione forzata.

Per comprendere davvero il fenomeno, però, bisogna fare un passo ulteriore e riconoscere che la polarizzazione non è soltanto un effetto dell’ecosistema mediatico o una degenerazione della sfera digitale, perché sarebbe troppo comodo attribuirla ai social, agli algoritmi, alla fretta del presente, come se il problema fosse esclusivamente tecnologico; la sua radice è anche antropologica e riguarda il bisogno umano di stabilizzare il mondo attraverso opposizioni nette, di sentirsi protetti da un’appartenenza, di ridurre l’incertezza ricorrendo a figure semplificate dell’amico e del nemico.

L’essere umano, quando si sente esposto, disorientato o minacciato, cerca spesso riparo non nella verità ma nella semplificazione, non nell’argomentazione ma nel riconoscimento di un campo. È una tentazione profondamente umana.

La polarizzazione, allora, prospera soprattutto nei contesti in cui le persone non cercano più di capire che cosa stia accadendo, ma di sapere immediatamente da che parte stare; e in questa trasformazione, apparentemente minima, si consuma una mutazione enorme della comunicazione, perché il linguaggio cessa di essere uno spazio di mediazione simbolica e diventa un test di fedeltà.
Non si parla più per esplorare la realtà, ma per certificare l’appartenenza. 
Non si interviene per aggiungere complessità, ma per ribadire riconoscibilità. Non si prende la parola per attraversare il conflitto, ma per segnalare al proprio gruppo di essere ancora dentro il perimetro, ancora linguisticamente allineati al vocabolario tribale della propria parte. Ecco perché la polarizzazione, se osservata da un punto di vista sociolinguistico, mostra dinamiche ricorrenti molto precise. 

La prima è la compressione semantica, per cui parole complesse, storiche e stratificate vengono ridotte a segni rigidi, quasi a pulsanti emotivi, capaci non di aprire interpretazioni ma di attivare reazioni automatiche.

La seconda è la moralizzazione del lessico, per cui ogni termine assume un’aura etica preliminare e l’enunciazione non viene più giudicata per la sua pertinenza, ma per la collocazione valoriale che denuncia.

La terza è la destituzione del contesto, forse la più pericolosa, perché sottraendo i fatti alla loro trama, alle loro condizioni di emersione e alle loro ambivalenze, li rende perfettamente manipolabili, pronti per essere inseriti nel teatro binario delle conferme reciproche.

A queste dinamiche si aggiunge poi un processo antropologicamente decisivo, ossia la trasformazione della comunità linguistica in comunità di risentimento.

Una comunità linguistica, nel senso più alto, è uno spazio nel quale i parlanti condividono codici, pratiche, memorie e possibilità di traduzione reciproca; una comunità polarizzata, invece, non condivide più realmente una lingua, ma soltanto una serie di segnali di riconoscimento interno e di repulsione esterna.
Le parole non servono più a creare intelligibilità tra i differenti, ma a sorvegliare la purezza del gruppo. E quando il linguaggio diventa presidio identitario inevitabilmente si restringe, si isterilisce, perde sfumature, diffida delle mediazioni, sospetta della complessità come se fosse sempre un tradimento, un cedimento, una collusione.

In questa cornice anche l’idea stessa di chiarezza viene alterata. Si scambia la chiarezza con la brutalità, la nettezza con la semplificazione, la fermezza con l’intransigenza. Ma essere chiari non significa tagliare via ciò che disturba la coerenza del proprio racconto; significa, al contrario, avere il coraggio di nominare anche ciò che incrina le proprie convinzioni, anche ciò che resiste alla comodità dei propri schieramenti. La polarizzazione è opaca proprio perché si traveste da evidenza assoluta, perché produce enunciati apparentemente limpidi che in realtà hanno amputato il reale di tutto ciò che non li rende immediatamente utilizzabili.

Vi è poi un’altra dinamica tipica, meno evidente ma forse ancora più corrosiva, ed è la sostituzione dell’argomento con la postura. Nella comunicazione polarizzata ciò che conta non è più la tenuta di un ragionamento, ma la performance di una posizione. La postura prende il posto del pensiero e il tono sostituisce il contenuto. Per questo assistiamo così spesso a un paradosso solo apparentemente contraddittorio: discorsi debolissimi sul piano logico diventano fortissimi sul piano della circolazione simbolica, proprio perché non chiedono consenso razionale ma adesione identitaria.

Qui si vede con particolare evidenza quanto la polarizzazione sia, in fondo, una crisi della relazione con il reale. Per polarizzare occorre infatti compiere una riduzione drastica del mondo, trasformarlo in una scena abitata da ruoli fissi, assegnare a ciascun soggetto una funzione narrativa predeterminata e impedire che l’esperienza concreta smentisca la sceneggiatura. 
È il motivo per cui i discorsi polarizzati hanno sempre un rapporto problematico con i fatti: non li negano necessariamente, ma li piegano, li selezionano, li decontestualizzano, li gerarchizzano in modo funzionale alla tenuta del racconto.

Per questa ragione il richiamo del Papa alla complessità merita di essere preso sul serio non come formula conciliante, ma come gesto intellettualmente esigente. Apprezzare la complessità non significa relativizzare tutto, né adottare una vaga equidistanza morale, né annullare le differenze in un generico irenismo; significa piuttosto riconoscere che la verità del sociale non coincide quasi mai con la sua versione più gridata, più breve o più premiata dagli automatismi della visibilità.

Significa accettare che le società siano fatte di memorie conflittuali, di interessi divergenti, di lessici non sovrapponibili, di ferite non simmetriche, di tempi differenti, e che proprio per questo chiedano una parola più rigorosa, non una parola più povera.

Chi lavora sulla comunicazione, chi la studia, chi la pratica, chi la governa, dovrebbe allora interrogarsi con maggiore severità su una responsabilità specifica, che non consiste soltanto nell’evitare gli eccessi verbali più sguaiati, ma nel sottrarsi alla logica produttiva della polarizzazione stessa. Perché la polarizzazione non è un incidente del linguaggio; è spesso un suo uso strategico. Produce attenzione.
È, in molti casi, un dispositivo di efficienza simbolica. Proprio per questo resisterle è più difficile di quanto sembri, dato che richiede una scelta controintuitiva, quasi antieconomica, quella di non sacrificare la densità del reale all’immediatezza della presa.

Resistere alla polarizzazione non implica l’abbassamento del conflitto, ma l’elevazione della sua qualità. Richiede profondità di pensiero, non moderazione tiepida; esige convinzioni non idolatriche, capaci di confrontarsi con ciò che le contraddice senza percepirlo immediatamente come minaccia. Significa accettare che la lucidità sia spesso più faticosa dell’appartenenza e che la giustizia, se vuole restare tale, non possa nutrirsi di caricature.

Il punto non è eliminare il conflitto. Il conflitto appartiene alla vita associata, alla storia, perfino alla conoscenza. 
Il punto è capire che una comunità comincia lentamente a decadere quando non riesce più a sostenere il peso della complessità e sostituisce l’interpretazione con il riflesso, la lingua con la parola d’ordine, la realtà con il proprio schieramento. 

A quel punto non è soltanto il discorso pubblico a impoverirsi. È la possibilità stessa di riconoscersi reciprocamente come esseri ancora traducibili.