Questo nostro quinto piano
La casa è un esercizio di comunicazione costante.
Vi propongo la prima parte di un mio nuovo racconto che nasce dal rapporto che intratteniamo con le cose e con la loro narrazione quotidiana.È un testo lontano, almeno nella forma, dallo stile delle mie consuete riflessioni; eppure, in un certo senso, ne è figlio. Ne porta dentro alcune domande, alcuni attriti, alcune ossessioni.
Dategli una lettura. Poi ne riparliamo.
L’appartamento occupava il quinto piano di un palazzo severo e stanco, incastrato nel centro di una cittadina zeppa di passi, clacson, voci, consegne, biciclette elettriche abbandonate sui marciapiedi, motorini isterici, autobus che frenavano con un sospiro metallico e vetrine sempre accese anche quando la notte avrebbe preteso un insperato buio.
Dal basso saliva una vita compressa, irrequieta, quasi febbrile, fatta di serrande, motori, tacchi, trolley, risate improvvise, frenate, bestemmie trattenute, telefonate strappate all’aria, sirene lontane e pioggia che, quando arrivava, non lavava nulla, ma lucidava soltanto l’asfalto, rendendolo simile a un’enorme pelle di daino scura.
Al quinto piano, però, la città cambiava consistenza. Non taceva, non davvero, non fino in fondo, perché nessuna città affollata concede il privilegio del silenzio; tuttavia, diventava fondo, materia lontana, brusio, vibrazione continua dietro i vetri alti delle finestre. Lì sopra, oltre la linea delle insegne e poco sotto quella dei tetti, l’appartamento sembrava sospeso in una zona intermedia, non più pienamente urbana ma non ancora celeste, una specie di spazio sopraelevato del tempo, dove gli oggetti non stavano semplicemente al loro posto, ma parevano essersi accordati fra loro per produrre una forma discreta, caparbia, quasi di accorta sorveglianza. Era una quiete solo apparente, attraversata da una tensione minuta e precisa, come quella che corre nei tendini, nei nervi, nelle fibre di uno sportivo prima della gara, quando l’immobilità non è più riposo ma accumulo, trattenimento, promessa fisica dello scatto. Non quiete, dunque, ma vera anticipazione.
Era un appartamento elegante, nato negli anni Settanta e sopravvissuto ai decenni senza lasciarsene umiliare. Non aveva ceduto alla brutalità delle ristrutturazioni totali, né al fanatismo igienico del bianco uniforme. Conservava, al contrario, un carattere pieno di piccole asimmetrie, come un volto piuttosto provato, segnato da rughe necessarie. Le porte in ciliegio, alte e pesanti, mostravano fessurazioni sottili, vene aperte come grafie antiche, e i cardini, in alcuni punti appena ossidati, opponevano al movimento una resistenza sonora, un lamento breve e modulato che nessun falegname avrebbe giudicato grave, ma che un orecchio sensibile avrebbe potuto riconoscere come una dichiarazione d’identità. Non cigolavano davvero, se per cigolare si intende la protesta sgraziata delle cose trascurate; piuttosto emettevano una nota trattenuta, quasi educata, il residuo metallico di una memoria d’uso, come se ogni apertura dovesse prima attraversare una piccola soglia musicale, un attrito minimo ma necessario, capace di ricordare che anche il legno, il ferro, la vernice, prima di obbedire alla mano, chiedono di essere ascoltati.
Non c’era soltanto l’imperfezione di un meccanismo, ma la persistenza di una storia materiale, la prova che gli oggetti non si limitano a funzionare o a guastarsi, poiché a volte, nel punto esatto in cui resistono, trovano la loro voce più precisa, una sonorità povera, discreta, irriducibile, capace di trasformare il movimento in memoria e l’usura in pronuncia.
Le maniglie di ottone, lucidate da mani diverse, portavano una patina calda, non uniforme, più chiara dove il palmo insisteva, più scura nei bordi, e sembravano trattenere una memoria tattile di chi le aveva abbassate per anni senza pensarci, entrando e uscendo da stanze che non avevano mai smesso di ascoltare con discrezione.
Il corridoio principale, lungo e teatrale, era rivestito da boiserie impiallacciate color miele scuro, interrotte da nicchie, ripiani, piccoli vani chiusi da sportelli invisibili, cornici sottili che non coincidevano mai perfettamente con le pareti, come se la casa avesse accettato l’idea della precisione solo fino a un certo punto, preferendo poi custodire qualche millimetro di libertà. Il parquet, posato a spina italiana, aveva zone più chiare vicino alle finestre, più opache lungo i percorsi abituali, più sonore davanti alla biblioteca e all’ingresso del salone. A ogni pressione restituiva un crocchio diverso, talvolta secco, talvolta cavo, talvolta così minuto da sembrare un colpo d’unghia sotto la superficie del legno.
I marmi dei bagni e dell’ingresso, lucidi e preziosi, non mentivano sulla propria età. Riflettevano la luce con una nobiltà appena incrinata, trattenendo graffi quasi invisibili, piccole opacità, minuscole scheggiature agli angoli, venature che il tempo aveva reso più eloquenti. Le armadiature su misura, incassate lungo le pareti, erano state costruite con una pazienza ormai rara: ante perfettamente integrate, ripiani profondi, cassetti foderati con carte scolorite, chiavi piccole e brunite, serrature non sempre docili. Alcune ante si chiudevano con un colpo sordo, altre richiedevano una pressione precisa, una specie di carezza laterale, e una, quella accanto alla stanza degli ospiti, produceva sempre un doppio scatto, come due sillabe pronunciate sottovoce.
I nuovi proprietari se ne erano innamorati subito, abbandonando la prudenza tipica di chi compra una casa e ne valuta soltanto la metratura, l’esposizione, gli impianti, il valore di rivendita. Avevano amato proprio ciò che altri avrebbero segnato in rosso durante un sopralluogo: la porta dello studio che sfregava leggermente sul pavimento nelle giornate umide, il battiscopa sollevato in un punto dietro la poltrona di pelle, la finestra della sala da pranzo che prendeva la parola quando, dalla via, passavano i camion più pesanti, il termosifone verticale che in inverno borbottava prima di scaldarsi, come un vecchio contrariato ma fedele. Avevano visto, in quelle imperfezioni, non un elenco di difetti, ma una trama. E poiché erano persone abituate alle trame, alle relazioni, alle serate affollate, agli inviti improvvisi, agli amici brillanti, agli sconfinamenti fra lavoro, arte, cena, beneficenza, discussione, viaggio e ritorno, avevano riconosciuto nell’appartamento non un contenitore, ma un interlocutore.
Erano eclettici in modo naturale, senza posa, senza bisogno di dichiararlo. Lui collezionava cataloghi di mostre visitate e oggetti trovati nei mercatini delle città portuali; l’altro conservava inviti, fotografie, pietre, maschere, stoffe, bicchieri spaiati, lettere, prime edizioni con dediche illeggibili, piccoli ex voto, disegni di amici, manifesti teatrali, scatole di latta, mappe, posate d’argento acquistate spaiate, orfane di un servizio completo, ma con una storia plausibile. Intorno a loro gravitava una popolazione varia e rumorosa: architetti che valutavano le superfici con sguardo professionale e invidia segreta, musicisti dalle mani nervose, avvocati mondani, attrici in pausa fra due tournée, editori stanchi, fotografi iperattivi, una coppia di antiquari sempre vestita di lino anche in dicembre, parenti più cauti, vicini curiosi, conoscenti capitati per caso e rimasti troppo a lungo davanti a una scultura africana o a un mobile danese di palissandro.
La casa, nella sua immensa generosità, li accoglieva tutti, ma non allo stesso modo.
Con i proprietari aveva una morbidezza complice. Di mattina, quando la città sotto riprendeva a battere come un cuore meccanico, l’appartamento si lasciava attraversare da una serie di piccoli assestamenti gentili. Il parquet vicino alla cucina crocchiava una volta sola, appena lui entrava a piedi nudi per preparare il caffè. La porta del bagno padronale emetteva un cigolio basso, quasi soddisfatto, quando l’altro la socchiudeva senza chiuderla del tutto. Le ante della libreria, esposte al sole obliquo del primo mattino, producevano un leggerissimo scricchiolio, un allungarsi del legno che pareva il gesto di chi si stiracchia dopo una notte serena.
A sera, invece, quando le lampade di ottone venivano accese una dopo l’altra e la luce si raccoglieva in pozze ambrate sui tavoli, sulle cornici, sul dorso dei libri, sui profili delle sedie, la casa assumeva una qualità più intima, quasi carnale. Le superfici rispondevano al calore, le porte si assestavano, i vetri si raffreddavano con piccoli tic, le tende pesanti sfioravano i termosifoni, e tutto sembrava convergere in un respiro domestico, non silenzioso ma protettivo.
Agli estranei, invece, l’appartamento riservava un’altra grammatica.
All’inizio nessuno se ne accorse davvero. I rumori furono attribuiti all’età del palazzo, al vento, alla dilatazione dei materiali, al traffico, agli ascensori, alle tubature comuni, a una qualunque spiegazione ragionevole fra le molte disponibili a chi non desidera prendere sul serio l’inquietudine. Durante una cena di fine novembre, con la sala piena di cappotti scuri gettati sul letto degli ospiti e bicchieri appannati di bianco freddo, una delle porte del corridoio si mosse appena, pur restando chiusa. Non si aprì, non sbatté, non produsse nulla di teatrale. Soltanto tremò, come percorsa da una contrazione minima. Seguì un cigolio lungo, discendente, quasi modulato. Gli ospiti più vicini smisero per un istante di guardare i quadri e rivolsero gli occhi verso la penombra del corridoio. I proprietari sorrisero con naturalezza, abituati a quella specie di intervento domestico, a quel commento di legno e cardini che da mesi accompagnava le loro serate. Gli altri, invece, sentirono qualcosa che non seppero nominare: non paura, non ancora, ma l’impressione di essere stati notati.
Da allora i segnali si moltiplicarono, sempre con una precisione tale da sembrare casuale soltanto a chi non conosceva la casa. Quando entrava qualcuno con passo troppo sicuro, il parquet del salone rispondeva con tre colpi secchi sotto la trama spessa del tappeto persiano, benché nessun piede avesse premuto in quel punto. Quando una mano indugiava su una scultura senza la delicatezza necessaria, l’anta della credenza in sala da pranzo produceva uno scatto improvviso, breve e irritato. Quando un visitatore apriva una porta senza attendere di essere condotto, il cardine opposto gemeva, non forte, ma con una sfumatura di disapprovazione così riconoscibile da indurre il colpevole a richiuderla quasi subito.
Quando un parente, più pratico che sensibile, osservava le fessure del ciliegio con l’espressione di chi vede soltanto costi futuri, dal soffitto arrivava un ticchettio regolare, simile a dita impazienti battute contro un tavolo.
I proprietari ne erano divertiti, ma non superficialmente. Il divertimento, in loro, aveva qualcosa di grato. Sentivano l’appartamento come una creatura antica e vigile, non come un fenomeno da spiegare. Non ne parlavano con enfasi, non alimentavano leggende, non chiamavano tecnici se non per le necessità reali, non sostituivano ciò che poteva restare e non zittivano ciò che ancora sapeva parlare. Avevano compreso, forse senza formularlo, che una casa troppo riparata diventa spesso una casa ammutolita. La loro, invece, possedeva un timbro, un modo di annunciarsi, una voce fatta di attriti, contrazioni, assestamenti, respiri di legno, rame, marmo, vetro, stoffa, carta, ferro. E quella voce, lungi dal disturbarli, li avvolgeva.
Gli altri biasimavano. Il biasimo assumeva forme diverse, più o meno educate, ma sempre riconducibili alla stessa incomprensione. C’era chi osservava la bellezza del salone e poi lasciava cadere lo sguardo verso il battiscopa incrinato, come si guarda una macchia su un abito impeccabile. C’era chi proponeva nomi di artigiani eccellenti, restauratori discreti, falegnami capaci di cancellare ogni cigolio senza snaturare l’insieme, secondo quella formula rassicurante con cui spesso si prepara la morte dei caratteri. C’era chi suggeriva una revisione generale dei serramenti, chi una levigatura completa del parquet, chi una lucidatura più aggressiva dei marmi, chi la sostituzione delle cerniere con modelli identici ma silenziosi. Tutti, a loro modo, chiedevano alla casa di diventare più educata, meno presente, più simile alle immagini immobili delle riviste. Tutti ignoravano che l’appartamento, a ogni suggerimento, reagiva.
Non reagiva con rabbia. Non subito. Sembrava piuttosto registrare, classificare, depositare. La boiserie del corridoio emetteva un crepitio sottile quando qualcuno nominava una ristrutturazione integrale. La finestra dello studio vibrava appena se veniva evocata l’ipotesi di cambiare i vecchi vetri. La porta della camera padronale cigolava in modo più lungo quando si parlava di cardini nuovi. Il lampadario di Murano nella sala, con le sue foglie trasparenti e leggermente ambrate, tintinnava senza corrente d’aria davanti a chi non sapeva guardarlo se non come un pezzo datato, ingombrante, da sostituire con qualcosa di più contemporaneo. L’appartamento non impediva nulla, non ancora. Ma prendeva nota. Di tutto.
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