Sì, ma che caratteri!

Si pesta l’acqua nel mortaio praticamente dal I secolo d.C. 

Ci ha provato Seneca, quando, nella seconda delle Lettere a Lucilio, metteva in guardia dalla dispersione prodotta dalla moltitudine dei libri, da quella lettura che attraversa tutto e non abita nulla, che consuma autori e volumi senza lasciare nell’intelligenza una traccia stabile. Distringit librorum multitudo, appunto: la moltitudine dei libri distrae, disperde, sfilaccia. Non era ancora il sovraccarico cognitivo contemporaneo, naturalmente, ma il malessere — o, per meglio dire, la preoccupazione — aveva già radici storiche profonde.

Erasmo da Rotterdam si preoccupò dello “sciame di nuovi libri”; Francis Bacon avrebbe poi consegnato alla storia una delle formule più fortunate sulla necessità di distinguere tra libri da assaggiare, libri da inghiottire e pochi, pochissimi, da masticare e digerire. Schopenhauer, in 
Sulla lettura, descrisse il danno prodotto dal consumo eccessivo di testi in termini che oggi potremmo definire di rumore mentale: non il pensiero che prende forma, ma il pensiero continuamente occupato da pensieri altrui.

Poi arriveranno Bertram Gross, cui viene attribuito il merito di aver coniato l’espressione 
information overload nel suo The Managing of Organizations, e Herbert Simon, con la nota intuizione secondo cui una ricchezza di informazione produce inevitabilmente una povertà di attenzione. Più vicino a noi, Neil Postman denuncerà il collasso delle difese culturali davanti all’informazione spazzatura, mentre Byung-Chul Han proverà a leggere la stanchezza del soggetto contemporaneo e la crisi della narrazione dentro un mare di dati isolati, privi ormai di profondità, durata, cucitura.

C’è un ennesimo quanto prezioso torso narrativo e saggistico che accelera sul tema — che avrete capito ormai tanto caro al sottoscritto — e che si impone alla mia intelligenza. È del malcapitato Xavier Nueno, il libro 
Un saper leggero. Breve storia dell’eccesso di informazione, edito da Einaudi. Malcapitato perché per un certo periodo non farò che citarlo e riproporlo in lezioni, relazioni e altre amene considerazioni tra colleghi.

Il titolo è già uno “sfortunato” paradosso: un sapere leggero mentre questo nostro tempo moschicida sembra costruito sull’accumulo, sulla conservazione totale.

Non siamo più soltanto immersi nelle informazioni. Ne siamo attraversati, misurati, anticipati. Ogni gesto produce un resto, ogni resto diventa un dato, e quel dato entra in una catena di calcolo, scambio, previsione, commercio. L’eccesso non riguarda più soltanto i libri, gli archivi, le biblioteche reali o immaginarie. Riguarda la forma stessa dell’esperienza, trasformata in deposito permanente, in materia prima di un’accumulazione onnivora che non si limita a conoscere il mondo, ma lo consuma mentre lo registra.

E allora la domanda non è più soltanto quante informazioni siamo in grado di sopportare, ma quale parte della nostra intelligenza perdiamo quando tutto viene trattenuto. Perché la perdiamo, un pezzo alla volta e inesorabilmente.

Ma per gradi e con pazienza. Parliamo dell’accumulo.

Facciamo incetta di precisazioni, dati, fonti, rimandi, note, conferme, verifiche, eccezioni. È il momento storico in cui ciò che avrebbe dovuto rendere un ragionamento più limpido lo rende incredibilmente più opaco; non perché manchi qualcosa, ma perché c’è troppo. Non perché la conoscenza sia insufficiente, ma perché è diventata ingombrante, eccedente, bulimica.

Siamo stati educati a pensare che la chiarezza aumenti insieme alla quantità delle informazioni disponibili. Più elementi possediamo, più dovremmo comprendere. Più dettagli raccogliamo, più dovremmo essere vicini alla verità delle cose. Questa convinzione ha una sua seduzione morale, persino una sua integrità professionale: devo sapere di più, devo documentarmi meglio, devo non lasciare nulla fuori dal campo.

Sembra dirci che l’oscurità nasca sempre dalla sottrazione, dalla censura, dal segreto, dalla mancanza di accesso. E certamente, in molti casi, è davvero così. Ma esiste anche un’altra forma di oscuramento, più sottile, meno scandalosa, quindi più tollerata. Non consiste nel togliere, ma nel sommergere. Non nel nascondere un elemento decisivo, ma nel depositargli intorno una tale quantità di elementi accessori da renderlo irriconoscibile.

Si soffoca, per giunta.

Si tratta di una sorta di waterboarding informativo: un infoboarding continuo, una pressione liquida e incessante che non chiede più al soggetto di capire, ma soltanto di restare esposto. Notizie, aggiornamenti, notifiche, precisazioni, commenti, controcommenti, smentite, rettifiche, analisi istantanee: tutto arriva con la pretesa di essere assunto, metabolizzato, collocato da qualche parte. Solo che non c’è più un “qualche parte”. Non c’è più il tempo della sedimentazione. Non c’è più lo spazio mentale in cui un’informazione possa smettere di essere urto e diventare forma.

Però, attenzione. L’eccesso di informazioni non è soltanto un problema tecnico. Non riguarda soltanto la gestione dei flussi, l’organizzazione dei contenuti, l’efficienza dei sistemi di archiviazione o la disciplina personale con cui si decide di leggere meno, selezionare meglio, spegnere qualche notifica. È, prima ancora, un problema di rapporto tra attenzione e significato.

L’attenzione non è un contenitore illimitato. È una facoltà fragile, selettiva, temporale. Ha bisogno di intervalli, di gerarchie, di respirazione. Se viene continuamente convocata, finisce per difendersi. E la sua difesa non è sempre l’intelligenza critica. Più spesso è l’ottundimento, quella forma di stanchezza percettiva per cui tutto arriva, tutto passa, tutto sembra avere diritto a una porzione di sguardo, ma quasi nulla riesce più a lasciare un’impronta utile.

La cultura dell’accumulo ha trasformato la completezza in un feticcio. Ogni ragionamento sembra doversi presentare come una piccola enciclopedia preventiva, pronta a neutralizzare ogni obiezione, a includere ogni variante, a presidiare ogni possibile fraintendimento. Così, però, il discorso perde direzione. Non procede più: si allarga. Non argomenta: inventaria. Non conduce il lettore dentro un percorso: lo costringe a sostare in un magazzino.

L’effetto, spesso, è paradossale. La volontà di essere esaustivi produce confusione. 
La paura di semplificare genera testi che non spiegano più nulla, perché non possiedono un centro riconoscibile. L’informazione, quando non è governata da un’intenzione, diventa materiale inerte. Può essere corretta, persino preziosa, ma resta muta.

Forse una delle malattie più insidiose del discorso contemporaneo sta proprio qui: nella confusione tra accessibilità e comprensione. Rendere accessibile un contenuto non significa semplicemente metterlo a disposizione, depositarlo in un archivio, renderlo cercabile, indicizzabile, duplicabile, trasferibile. L’accesso è una condizione, non ancora una conoscenza. Perché comprendere non vuol dire imbattersi in un’informazione, ma riuscire a collocarla dentro una trama di senso, riconoscerne il peso relativo, distinguerla dal rumore che la circonda, capire che cosa modifica davvero nel nostro modo di guardare ciò che abbiamo davanti.

Una informazione disponibile ma non ordinata resta prossima all’assenza. 
È lì, ma non lavora. È raggiungibile, ma non operativa. È tecnicamente presente, ma culturalmente muta. Ed è forse questa la grande ironia del nostro tempo: abbiamo edificato sistemi sempre più potenti per conservare, trasmettere, classificare e richiamare informazioni, ma non abbiamo prodotto con la stessa intensità le forme necessarie a trasformarle in giudizio, orientamento, responsabilità.

Per questo l’eccesso di informazioni ha anche un risvolto civile. Una società sommersa da dati non è automaticamente una società più libera, perché il dato non emancipa quando resta pura disponibilità; emancipa soltanto quando entra in una forma di intelligibilità condivisa. Può anzi accadere il contrario: una società iperinformata può diventare più vulnerabile, non perché sappia troppo, ma perché non riesce più a distinguere ciò che merita attenzione da ciò che la consuma soltanto.

Quando tutto pretende di essere urgente, l’urgenza perde significato. Quando tutto viene presentato come rilevante, la rilevanza si dissolve. Quando ogni fatto arriva già accompagnato da commenti, spiegazioni, controspiegazioni, reazioni, smentite, microanalisi e interpretazioni istantanee, il cittadino non viene necessariamente emancipato.

Può essere semplicemente lasciato solo davanti a un eccesso che lo supera.
E per dirla con Seneca, si distrae e si disperde. E perde di carattere.