Essere di parte. Conviene sempre

Perché ci arrabbiamo quando parliamo degli interessi di parte (altrui)?

Esistono, eccome. Fanno parte della nostra comune esperienza di cittadinanza.
La regolamentazione del lobbying in Italia langue, e ne conosciamo bene le ragioni; ma questa straordinaria lentezza tradisce un conformismo persino peggiore del rischio che, almeno in apparenza, si vorrebbe affrontare.

E la trasparenza? Appunto!
Resta lì, accanto ad altre parole prevedibili e necessarie come: registro pubblico, impronta legislativa, codice di condotta, portatori di interessi, decisori pubblici, sanzioni, obblighi di rendicontazione. Tutto corretto, tutto ragionevole, tutto persino ovvio, se non fosse che proprio l’ovvio, quando riguarda il rapporto tra potere, parola e decisione, è spesso un’evidenza più resistente dell’opacità.

Il punto? In Italia manca ancora una legge sulla rappresentanza degli interessi, nonostante i numerosi tentativi ripetuti, i regolamenti parziali, le iniziative regionali meritorie, i registri ministeriali e un nuovo disegno di legge approvato alla Camera nel gennaio 2026, con l’ipotesi di istituire un Registro pubblico presso il CNEL.

Non mi faccio illusioni, tranquilli. Perché la sfida non è soltanto normativa. 
Non lo è mai stata del tutto.

La questione non riguarda soltanto la necessità, sacrosanta, di sapere chi incontra chi, per conto di chi, con quali obiettivi dichiarati, malcelati o, peggio, taciuti, dentro quale procedimento e con quali risorse. 
Riguarda qualcosa di più antico e insieme più fragile: il modo in cui una comunità decide se nominare gli interessi che la percorrono oppure fingere che la decisione pubblica nasca in uno spazio sterile o disinteressato, come se la politica fosse un luogo senza corpi, senza pressioni, senza bisogni organizzati, senza economie, senza territori, senza categorie, senza associazioni, senza conflitti.

È qui che la parola lobbying, proprio per la sua storia accidentata e sospetta, diventa una piccola, cruciale zona di ambiguità linguistica. Mi accingo nuovamente a pestare l’acqua nel mortaio ma non me ne vorrete, perché il tema generale è importante: non ci riferiamo semplicemente a un’attività, ma a un filtro categoriale che misura la nostra capacità, o la nostra incapacità, di distinguere l’influenza dalla corruzione, la rappresentanza dalla pressione indebita, la parte dal privilegio.

Essere di parte, però, non è una patologia della democrazia. È una delle sue condizioni materiali. Ogni soggetto che entra nello spazio pubblico porta con sé una provenienza, dunque un interesse, direi persino una convenienza, quando non un mandato vero e proprio.

Il problema non è la parte. Il problema è quando la parte si traveste da intero, quando parla come se coincidesse con il bene comune senza dichiarare il proprio punto di osservazione, quando chiede ascolto fingendo di non avere un tornaconto, quando agisce nel buio e poi insinua come fattispecie del pensiero politologico che la decisione debba essere percepita come necessaria, neutrale, inevitabile.

In questo senso, la formula più onesta non è “non sono di parte”, che di solito è una delle frasi più ideologiche che si possano pronunciare, ma “sono di parte, e proprio per questo rendo visibile la mia posizione e il perimetro entro cui chiedo di essere ascoltato”.

Forse una parte della diffidenza italiana verso il lobbying nasce da una anomalia politica (non soltanto nostra, a dire il vero) non elaborata a sufficienza, nella quale la relazione tra gli interessi privati e la decisione pubblica è stata troppo spesso letta dentro il vocabolario del sospetto.
Eccone alcuni lemmi topici: segreteria, telefonata, stanza riservata, favore, angolo cieco, la buvette, il Transatlantico, il Divano Rosso, il Corridoio dei Busti, i Bagni dell’Aula, i Cortili Interni, i Peones, le manine, la palude.

Causa o effetto? Uovo o Gallina?

Già dalla stagione costituente, il CNEL è stato pensato come una sede formale di dialogo tra economia, lavoro e istituzioni. Eppure, nel tempo, "numerosi tentativi di disciplina sono rimasti incompiuti: dalle proposte degli anni Settanta e Ottanta fino al testo approvato alla Camera nel 2022, poi naufragato con lo scioglimento anticipato delle Camere".
Questa biografia di noialtri non è un dettaglio procedurale. È una storia della nostra difficoltà comune a dare forma pubblica al conflitto degli interessi, cioè a riconoscere che una democrazia matura non elimina le pressioni, ma le porta alla luce, le ordina, le rende contestabili, le sottopone a memoria comune.

Nessuna illusione di poter usare la cultura e la lingua come armi autonome contro la cosiddetta arroganza del potere perché non ignoro affatto che il potere economico e l’industria culturale li hanno già integrati e neutralizzati.
Esercitare un disincanto radicale, smascherando ogni retorica e ogni falso accordo tra cultura e dominio, ecco cosa.
Partire da un concetto base, da pollice opponibile: la trasparenza, ecco come.

Quest'ultima, se presa sul serio, non è una vetrina. È una grammatica importante. Non perché la trasparenza sia innocente, o possa sottrarsi una volta per tutte alla retorica del potere, ma perché resta una delle poche pratiche attraverso cui l’asimmetria può essere almeno nominata, registrata, resa discutibile.

Non consiste nel depositare documenti in un archivio digitale sperando che la pubblicazione coincida automaticamente con la comprensione, ma nel costruire condizioni affinché la relazione tra domanda, argomento, interlocuzione e decisione possa essere ricostruita, discussa, verificata. Un registro pubblico, da solo, non regge l’ingrato compito, se resta elenco di nomi che nessuno interpreta. Un’agenda degli incontri non basta, se non consente di capire quale istanza sia entrata nel processo decisionale e quale ne sia rimasta fuori. Una relazione annuale non basta, se non diventa parte di una cultura istituzionale capace di distinguere il rumore dalla decisione.

Anche la cosiddetta impronta legislativa, che dovrebbe rendere tracciabili incontri e documenti ricevuti durante l’iter di una norma, ha senso solo se viene intesa come memoria del processo, non come adempimento sterile.

Il linguaggio, qui, mostra tutta la sua ambivalenza. 

Diciamo “portatore di interessi” e già la formula sembra voler sterilizzare ciò che pronuncia, come se l’interesse, per essere ammesso nello spazio pubblico, dovesse prima essere reso più neutro, più tecnico, meno esposto alla sua materia viva. Anche qui torna il tema dello smascheramento: ogni definizione apparentemente neutra addomestica una quota del conflitto che pretende di nominare.

Diciamo “stakeholder”, e spesso crediamo di aver risolto il problema traducendolo in una parola inglese che attenua il conflitto perché lo sposta in un lessico manageriale.

Diciamo “rappresentanza”, e la parola si carica di una nobiltà che non sempre corrisponde alle pratiche.

Diciamo “influenza”, e subito compare un’ombra di manipolazione.

Diciamo “pressione”, e sentiamo il corpo della politica deformarsi sotto una forza esterna.

Diciamo “partecipazione”, e rischiamo di trasformare una procedura asimmetrica in un rito consolatorio, spesso altrettanto asimmetrico.

Ogni parola apre e chiude un campo di pensabilità. Ogni parola distribuisce legittimità. Ogni parola, dunque, conta.

È per questo che regolamentare il lobbying non significa soltanto approvare una legge utile. Significa intervenire sul nostro vocabolario democratico, restituendo alle parole una possibilità di distinzione. 

Se ogni influenza è corruzione, allora non resta che il sospetto generalizzato, e il sospetto, quando diventa atmosfera, non purifica la vita pubblica, la rende soltanto più opaca, perché spinge le relazioni a nascondersi meglio.

Se ogni interesse è illegittimo, allora solo gli interessi più forti continueranno a incidere, proprio perché non avranno bisogno di nominarsi.

Se ogni interlocuzione viene scambiata per compromissione, allora la competenza tecnica diventa sospetta, l’ascolto diventa cedimento, la mediazione diventa colpa miserevole.

Ma se, al contrario, ogni interesse viene accolto senza regole, senza tracciabilità, senza responsabilità, allora la democrazia si riduce a mercato delle prossimità, e l’accesso al decisore diventa un privilegio distribuito secondo relazioni o familiarità con i codici del potere. 

Non avere una legge sul tema significa lasciare indefiniti i rapporti in campo, esporsi alla subalternità degli interessi meno attrezzati e accettare che la discrezionalità diventi il vero criterio di accesso alla decisione, a vantaggio di pochi soggetti capaci di muoversi nei codici meno visibili del potere.

Nel mezzo, dove le democrazie vivono davvero, c’è la fatica della forma. 
Una legge sulla rappresentanza degli interessi serve proprio a questo: non a negare che esistano parti, ma a impedire che alcune parti diventino invisibili mentre altre restano mute; non serve a moralizzare il conflitto, ma a renderlo leggibile; non serve a sostituire la politica con l’amministrazione della trasparenza, ma a ricordare che una decisione pubblica, per essere credibile, deve poter raccontare almeno una parte della propria articolazione.

Non tutto sarà mai fino in fondo visibile. Non tutto potrà essere ricostruito. Ogni processo democratico conserva zone di discrezione, di negoziazione e di opacità fisiologica, perché alcuni passaggi della decisione richiedono mediazioni complesse e impediscono, proprio per questo, soluzioni banali, immediate o di pronto accatto. 
Ma c’è una differenza decisiva tra l’opacità come condizione inevitabile della complessità e l’opacità come metodo di governo.

Una cosa certa è che non c’è una corrispondenza automatica tra la quantità di tracce formali lasciate nel procedimento, per esempio emendamenti, proposte, audizioni, documenti trasmessi, e la capacità reale di incidere sulla decisione, perché alcuni interessi influenzano senza produrre tracce evidenti, altri producono proposte senza entrare nel perimetro della decisione, altri ancora combinano accesso formale, competenza tecnica e relazione informale.
È una descrizione quasi anatomico-funzionale del potere democratico: passaggio, selezione, tempo disponibile, credibilità accumulata, linguaggio adeguato, memoria relazionale, capacità di trasformare un bisogno particolare in una questione negoziabile. Per tutti e non per pochi.

Qui la comunicazione è parte del processo. 
Chi sa nominare meglio il proprio interesse, chi lo sa collocare dentro una trama più ampia, chi riesce a mostrarne le conseguenze senza occultarne la parzialità, possiede un vantaggio. Non necessariamente illegittimo. Ma reale. 

La qualità democratica si misura anche dalla possibilità che questo vantaggio non resti monopolio di pochi soggetti attrezzati, già riconosciuti, già alfabetizzati ai codici della decisione. 
Perché la disuguaglianza democratica non riguarda soltanto il reddito, l’istruzione o l’accesso ai servizi. Riguarda anche la capacità di essere ascoltati in una lingua che il potere riconosce come pertinente.

Essere di parte conviene sempre, allora, ma solo se la parte accetta di non spacciarsi per il tutto e se accetta il vincolo democratico di dichiararsi.
Conviene alla democrazia, perché rende più onesto il campo delle forze. 
Conviene alle istituzioni, perché permette loro di sapere da chi ricevono argomenti e pressioni. 
Conviene ai cittadini, perché consente di ricostruire almeno qualche tratto della strada che conduce da un interesse a una norma oppure da una memoria sociale a una decisione.

Resta, però, una domanda meno tecnica e più scomoda. Siamo davvero disposti a vivere in una democrazia in cui le parti si dichiarano, oppure preferiamo continuare a raccontarci che esista un luogo neutro della decisione, salvo poi indignarci quando scopriamo che quel luogo era abitato o conteso?

Forse la regolazione del lobbying ci obbliga a guardare proprio questo: non soltanto le agende dei decisori o i registri dei rappresentanti, ma la nostra difficoltà collettiva a pensare il conflitto senza demonizzarlo e la trasparenza senza ridurla a voyeurismo, come se bastasse vedere per comprendere.

La parola da cui ero partito - trasparenza - mi sembra una parola ruvida ma preliminare perché chiede di accettare che nessuna comunità decide davvero se non impara prima a riconoscere le parti che parlano dentro di lei.
Non per assolverle. 
Non per condannarle in anticipo. 
Per ascoltarle nella loro posizione dichiarata, per misurarle, per ricordarle, per sapere, almeno un po’ di più, quale voce abbia lasciato un’impronta sulla materia fragile della decisione comune.


Per approfondire il tema:

https://www.ferpi.it/news/il-lobbying-al-centro-dellazione-ferpi
https://www.transparency.it/informati/news/legge-lobbying-approvata-camera
https://www.thegoodlobby.it/legge-lobbying-senato-memoria-scritta/ 
https://www.es-comunicazione.it/approfondimenti/fare-lobby-in-italia-verso-una-disciplina-organica-della-rappresentanza-di-interessi/ 
https://www.associazionedeicostituzionalisti.it/it/la-lettera/03-2024-lobbying-e-decisione-politica/lobbying-e-democrazia-ad-una-condizione

https://www.senato.it/show-doc?leg=17&tipodoc=DDLPRES&id=713666&idoggetto=0&part=ddlpres_ddlpres1-articolato_articolato1