Il mestiere di custodire le parole
Vedi Cara, Francesco Guccini non è morto!
Chi è morto?Un cantautore, un poeta, un intellettuale, un maestro, la voce di una generazione, uno scrittore popolare. Sono tutte definizioni calzanti che sono rimbalzate in queste ore in lungo e in largo, nel web, come sulla carta stampata. Alcune di queste sono utili, alcune persino necessarie.
Ma manca l’altro e il medesimo, il paroliere.
Una funzione, insomma, che metta in relazione il cervello emotivo, quello mimetico e quello razionale. Ogni comunità si narra attraverso questi tre registri simultaneamente: sente, imita e comprende.
Guccini, prima ancora di essere un autore di canzoni memorabili, è stato uno scrittore di durata. Le sue parole non sembravano mai nate per chiudere un concetto, ma per accompagnarlo dentro una complessità abitabile al meglio delle nostre povere possibilità.
C’è nei suoi testi una capacità rara di tenere insieme la dimensione narrativa e quella simbolica, il dettaglio e la storia, la provincia e il mondo, il dialetto affettivo e la lingua civile, la nostalgia e l’ironia, la sconfitta e la dignità di chi continua a interrogare la propria sconfitta senza trasformarla in posa o – peggio – voyeurismo.
Questo è forse il punto che oggi dovremmo ascoltare con maggiore attenzione: la parola, quando è lavorata con serietà, non semplifica la vita per renderla vendibile, ma la rende più dicibile senza impoverirla.
Per questo l’ascolto non può essere ridotto a una semplice competenza comunicativa. È innanzitutto una pratica culturale e civile, perché contrasta la reattività, argina l’impulsività e sottrae l’esperienza umana alla tirannia dell’immediato.
“Non rimpiango tutto quello che mi hai dato. Che son io che l’ho creato e potrei rifarlo ora”.
Una canzone, quando non è soltanto un prodotto commerciale ‘a scaffale’, costringe il linguaggio a entrare in una disciplina molto particolare: deve essere preciso e insieme cantabile, riconoscibile e non banale, memorabile e non sloganistico, personale e condivisibile.
Deve potersi depositare nella memoria di molti senza perdere nulla della propria caratura. Deve concedere spazio alla voce di chi la canta, e forse proprio per questo non può pretendere di dominarne interamente il senso.
“Io cerco ancora e così non spaventarti”.
È qui che la canzone d’autore, nelle sue forme migliori, diventa una pratica culturale più complessa di quanto spesso si possa credere.
Ma manca l’altro e il medesimo, il paroliere.
Una funzione, insomma, che metta in relazione il cervello emotivo, quello mimetico e quello razionale. Ogni comunità si narra attraverso questi tre registri simultaneamente: sente, imita e comprende.
Le emozioni chiedono parole per essere riconosciute, il desiderio mimetico produce formule che si diffondono per contagio, la ragione tenta di ordinare e distinguere. Quando uno di questi livelli prevale sugli altri, il linguaggio si impoverisce: diventa sfogo, eco o dottrina. Il paroliere è colui che prova a mantenere aperto il dialogo fra queste tre istanze per impedire che l’esperienza umana venga costretta a una sola delle sue voci.
“Vedi cara, è difficile a spiegare. È difficile parlare dei fantasmi di una mente”.
Paroliere, a parer mio, individua la professione più utile al momento: qualcuno che lavori con le parole non quando queste sono già discorso, spiegazione, tesi, posizione, ma quando devono ancora trovare corpo, ritmo, misura, una possibilità di essere pronunciate da altri senza che si trasformino necessariamente in formula o piglio.
O contenuto contraffatto o sgualcito.
Paroliere è una parola apparentemente semplice, perfino un poco artigiana.
“Vedi cara, è difficile a spiegare. È difficile parlare dei fantasmi di una mente”.
Paroliere, a parer mio, individua la professione più utile al momento: qualcuno che lavori con le parole non quando queste sono già discorso, spiegazione, tesi, posizione, ma quando devono ancora trovare corpo, ritmo, misura, una possibilità di essere pronunciate da altri senza che si trasformino necessariamente in formula o piglio.
O contenuto contraffatto o sgualcito.
Paroliere è una parola apparentemente semplice, perfino un poco artigiana.
Ha dentro qualcosa di antico e di dismesso, come certi mestieri che non scompaiono mai del tutto ma che vengono ricacciati ai margini perché non coincidono più con l’immagine dominante della produzione culturale.
Il paroliere non è soltanto chi scrive testi per canzoni, non almeno se prendiamo sul serio la parola e la lasciamo decantare oltre la sua definizione professionale.
È colui che accetta di entrare nella materia verbale poco prima del suo consumo, della sua trasformazione in slogan o didascalia o contenuto polarizzato.
È colui che sa che una parola non vale soltanto per ciò che indica, ma per ciò che trascina con sé: una genealogia, una memoria, una promessa, una ferita, una possibilità di riconoscimento.
Guccini non riguarda soltanto la musica, né soltanto chi lo ha ascoltato in una stagione precisa della propria vita. Riguarda il modo in cui la nostra comunità perde, o rischia di perdere, una delle sue forme più acute di consapevolezza.
Perché il lavoro sulle parole non consiste soltanto nello scegliere il termine giusto. Significa riconoscere le deformazioni dell’iperbole, le prossimità ingannevoli dei paronimi, i cortocircuiti dei bisticci, la memoria nascosta negli idiotismi.
Il paroliere non è soltanto chi scrive testi per canzoni, non almeno se prendiamo sul serio la parola e la lasciamo decantare oltre la sua definizione professionale.
È colui che accetta di entrare nella materia verbale poco prima del suo consumo, della sua trasformazione in slogan o didascalia o contenuto polarizzato.
È colui che sa che una parola non vale soltanto per ciò che indica, ma per ciò che trascina con sé: una genealogia, una memoria, una promessa, una ferita, una possibilità di riconoscimento.
Guccini non riguarda soltanto la musica, né soltanto chi lo ha ascoltato in una stagione precisa della propria vita. Riguarda il modo in cui la nostra comunità perde, o rischia di perdere, una delle sue forme più acute di consapevolezza.
Perché il lavoro sulle parole non consiste soltanto nello scegliere il termine giusto. Significa riconoscere le deformazioni dell’iperbole, le prossimità ingannevoli dei paronimi, i cortocircuiti dei bisticci, la memoria nascosta negli idiotismi.
Fare i conti con le parole, oggi, è complicato.
“Vedi cara è difficile spiegare. È difficile capire se non hai capito già”.
Noi continuiamo a produrre parole come mai prima, le moltiplichiamo, le inviamo, le archiviamo, le correggiamo, le traduciamo, le acceleriamo, le affidiamo a dispositivi capaci di generare una quantità quasi illimitata di frasi, ma proprio dentro questa sovrapproduzione si apre una povertà nuova, più difficile da riconoscere perché non ha l’aspetto del silenzio.
“Vedi cara è difficile spiegare. È difficile capire se non hai capito già”.
Noi continuiamo a produrre parole come mai prima, le moltiplichiamo, le inviamo, le archiviamo, le correggiamo, le traduciamo, le acceleriamo, le affidiamo a dispositivi capaci di generare una quantità quasi illimitata di frasi, ma proprio dentro questa sovrapproduzione si apre una povertà nuova, più difficile da riconoscere perché non ha l’aspetto del silenzio.
Non mancano le parole, manca spesso il loro peso.
Non manca l’espressione, manca la responsabilità dell’espressione.
Non manca l’espressione, manca la responsabilità dell’espressione.
Non manca la comunicazione, manca la trama che permette alla comunicazione di non ridursi a puerile passaggio di segnali.
È una forma di emergenza linguistica che va ben oltre il semplice impoverimento del vocabolario, anche se... da lì certamente passa; riguarda piuttosto la perdita progressiva del rapporto fra parola, esperienza e tempo, cioè la difficoltà crescente di nominare ciò che accade.
È una forma di emergenza linguistica che va ben oltre il semplice impoverimento del vocabolario, anche se... da lì certamente passa; riguarda piuttosto la perdita progressiva del rapporto fra parola, esperienza e tempo, cioè la difficoltà crescente di nominare ciò che accade.
Guccini, prima ancora di essere un autore di canzoni memorabili, è stato uno scrittore di durata. Le sue parole non sembravano mai nate per chiudere un concetto, ma per accompagnarlo dentro una complessità abitabile al meglio delle nostre povere possibilità.
C’è nei suoi testi una capacità rara di tenere insieme la dimensione narrativa e quella simbolica, il dettaglio e la storia, la provincia e il mondo, il dialetto affettivo e la lingua civile, la nostalgia e l’ironia, la sconfitta e la dignità di chi continua a interrogare la propria sconfitta senza trasformarla in posa o – peggio – voyeurismo.
Questo è forse il punto che oggi dovremmo ascoltare con maggiore attenzione: la parola, quando è lavorata con serietà, non semplifica la vita per renderla vendibile, ma la rende più dicibile senza impoverirla.
Non offre al lettore o all’ascoltatore una risposta immediata, gli assegna una forma dentro cui la sua esperienza può riconoscersi senza essere ridotta a categoria.
“Vedi cara, certi giorni sono un anno. Certe frasi sono un niente che non serve più sentire”
Essere paroliere, allora, potrebbe rappresentare oggi una sfida culturale importante proprio perché significa opporsi, con strumenti apparentemente fragili, alla colonizzazione delle forme linguistiche da parte dell’automatismo.
“Vedi cara, certi giorni sono un anno. Certe frasi sono un niente che non serve più sentire”
Essere paroliere, allora, potrebbe rappresentare oggi una sfida culturale importante proprio perché significa opporsi, con strumenti apparentemente fragili, alla colonizzazione delle forme linguistiche da parte dell’automatismo.
Nel faccia a faccia quotidiano con le nostre e le altrui parole, ci accorgiamo che giungono a noi già preformate, già intonate, già orientate verso l’effetto che devono produrre.
Lo avvertiamo ogni volta che una parola arriva a noi già pronta all'uso.
Lo avvertiamo ogni volta che una parola arriva a noi già pronta all'uso.
Non importa che si tratti di una discussione pubblica o di una conversazione privata: termini come merito, sicurezza, innovazione, identità, invece di aprire una domanda, spesso chiudono il pensiero.
Continuano a circolare con apparente precisione, ma hanno smarrito parte della loro esperienza concreta.
Restano le parole; si assottiglia il lavoro necessario per riconnetterle a ciò che dovrebbero nominare.
Il paroliere, se non lo riduciamo a una semplice funzione tecnica, lavora invece contro questa fretta. Non perché sia lento per temperamento, o nostalgico per vocazione, ma perché è consapevole del fatto che una parola deve trovare il proprio tempo interno.
Il paroliere, se non lo riduciamo a una semplice funzione tecnica, lavora invece contro questa fretta. Non perché sia lento per temperamento, o nostalgico per vocazione, ma perché è consapevole del fatto che una parola deve trovare il proprio tempo interno.
Un inciso, di non poco conto: prima ancora di essere un esercizio di scrittura, il suo è un esercizio di ascolto.
Ascolto delle sfumature, delle esitazioni, delle contraddizioni che precedono la formulazione di un pensiero.
Ogni parola nasce da un’attenzione accordata a qualcosa che non ha ancora trovato la propria forma.
Per questo l’ascolto non può essere ridotto a una semplice competenza comunicativa. È innanzitutto una pratica culturale e civile, perché contrasta la reattività, argina l’impulsività e sottrae l’esperienza umana alla tirannia dell’immediato.
“Non rimpiango tutto quello che mi hai dato. Che son io che l’ho creato e potrei rifarlo ora”.
Una canzone, quando non è soltanto un prodotto commerciale ‘a scaffale’, costringe il linguaggio a entrare in una disciplina molto particolare: deve essere preciso e insieme cantabile, riconoscibile e non banale, memorabile e non sloganistico, personale e condivisibile.
Deve potersi depositare nella memoria di molti senza perdere nulla della propria caratura. Deve concedere spazio alla voce di chi la canta, e forse proprio per questo non può pretendere di dominarne interamente il senso.
“Io cerco ancora e così non spaventarti”.
È qui che la canzone d’autore, nelle sue forme migliori, diventa una pratica culturale più complessa di quanto spesso si possa credere.
Non riduce la portanza della poesia, non traduce la filosofia in sciocco ritornello, non abbassa la letteratura a consumo popolare.
Fa un’altra cosa, lontana da ogni dressage di comodo.
Fa un’altra cosa, lontana da ogni dressage di comodo.
Costruisce un ambito in cui la parola colta e la parola comune, la memoria individuale e la memoria collettiva, la riflessione e il corpo, possono incontrarsi senza annullarsi.
Non è la scomparsa di un artista a preoccuparmi, ma l'erosione progressiva della funzione che egli ha incarnato.
Non è la scomparsa di un artista a preoccuparmi, ma l'erosione progressiva della funzione che egli ha incarnato.
Una comunità può continuare ad avere cantanti, scrittori, opinionisti e produttori di contenuti, ma diventare progressivamente più povera di mediatori simbolici, cioè di persone capaci di trasformare l'esperienza vissuta in un linguaggio condivisibile.
La perdita di Guccini ferisce anche per questo e ricorda che una comunità ha bisogno di dare lingua alle proprie ambivalenze.
Poteva raccontare una stazione, una strada, una città, un amore, un fallimento, una rabbia politica o una memoria d’infanzia senza separare mai del tutto il particolare dal suo sfondo storico, con le sue asimmetrie di fondo, in un continuo nostro (e suo) andirivieni.
Chi lavora con le parole, chiunque lo faccia, in una canzone, in un articolo, in un discorso pubblico, in una comunicazione istituzionale, in una conversazione ordinaria, partecipa alla manutenzione o alla corrosione del patto interpretativo che tiene insieme una comunità.
Poteva raccontare una stazione, una strada, una città, un amore, un fallimento, una rabbia politica o una memoria d’infanzia senza separare mai del tutto il particolare dal suo sfondo storico, con le sue asimmetrie di fondo, in un continuo nostro (e suo) andirivieni.
Chi lavora con le parole, chiunque lo faccia, in una canzone, in un articolo, in un discorso pubblico, in una comunicazione istituzionale, in una conversazione ordinaria, partecipa alla manutenzione o alla corrosione del patto interpretativo che tiene insieme una comunità.
Il modo in cui nominiamo le cose orienta la nostra capacità di vederle, non c’è dubbio alcuno.
Resta, alla fine, quella notifica.
Resta, alla fine, quella notifica.
Resta lo schermo acceso, la notizia letta a metà, il gesto sospeso prima di aprire un articolo, prima di ascoltare una canzone, prima di trasformare il dolore in commento. Forse essere parolieri oggi, o almeno imparare qualcosa da chi lo è stato nella forma più alta, significa proprio abitare quell’istante prima della reazione, quando una parola non è ancora stata consumata e impone l’interrogativo essenziale su cosa siamo disposti a farne, al di là del piglio identitario e conformistico e dell’istintualità.
Se chiamo Guccini paroliere non lo faccio per ridurlo a una professione, ma per riconoscergli una responsabilità.
Se chiamo Guccini paroliere non lo faccio per ridurlo a una professione, ma per riconoscergli una responsabilità.
Le sue parole non arrivavano alla fine del pensiero, arrivavano prima: nel punto in cui un'esperienza, una memoria o un conflitto cercano ancora la loro forma.
Per questo la sua opera ci riguarda.
Perché viviamo in un'epoca ricchissima di linguaggio e spesso povera di mediazioni, e il mestiere di custodire le parole prima del loro consumo appare oggi più necessario che mai.
Francesco, il tuo laboratorio artistico e politico ha introdotto l’esistenza reale, la cronaca dura e la filosofia nel pop di un’epoca slombata.
“Nell’anno ‘99 di nostra vita
io, giullare da niente, ma indignato,
anch'io qui canto con parola sfinita,
con un ruggito che diventa belato,
ma a te dedico queste parole da poco
che sottendono solo un vizio antico
sperando però che tu non le prenda come un gioco,
tu, ipocrita uditore, mio simile...
mio amico”.
Da “Addio”.
“Nell’anno ‘99 di nostra vita
io, giullare da niente, ma indignato,
anch'io qui canto con parola sfinita,
con un ruggito che diventa belato,
ma a te dedico queste parole da poco
che sottendono solo un vizio antico
sperando però che tu non le prenda come un gioco,
tu, ipocrita uditore, mio simile...
mio amico”.
Da “Addio”.