Manifesto sull’arte del ritrarsi

Dieci (s)punti per una comunicazione che sappia fare silenzio.

Il 2 agosto ho scritto un pezzo sul concetto di Tzimtzum e con quello predicavo a me stesso la necessità di ritrarmi, non per fuggire da qualcosa o da qualcuno ma per un sano ridimensionamento (fisico, spirituale, intellettuale, dunque anche politico).

Si tratta del concetto di vuoto, ricorderete.
Esiste un vuoto fecondo, e sarebbe un errore confonderlo con l’assenza sterile. 
Il vuoto aperto dallo Tzimtzum è uno spazio vitale in cui qualcosa può accadere per il fatto di non essere stato saturato da una presenza totale. 
È un vuoto ospitale, generativo, capace di accogliere una realtà separata.
Nelle relazioni umane, però, esiste anche un’altra forma di vuoto: un vuoto che non accoglie necessariamente e non genera un senso comune. 
Un vuoto a perdere, insomma.

Torno sull’argomento con un consueto manifesto.

“Perché scrivi per manifesti? Sono tutti belli ma sembrano scritti da chi non ha più troppo tempo e che prima o poi dovrà partire per il fronte”.

“Hai letto per caso “Niente di nuovo sul fronte occidentale” o “I Malavoglia”?
“No. Però ricordo “Il partigiano Johnny”.


Ottimo il riferimento del mio caro amico. In effetti, le Langhe potrebbero essere una buona soluzione per unirsi alla Resistenza.

In ogni caso, l’ho spiegato per bene il motivo che mi spinge a scrivere per manifesti. La forza del manifesto risiede nella sua natura polisemica. 
La parola stessa contiene almeno tre significati che si illuminano reciprocamente. Anzitutto, ciò che è manifesto è evidente, chiaro, reso visibile all'intelligenza. 
Scrivere per manifesti significa quindi cercare di portare alla luce ciò che rimane implicito, ambiguo o nascosto nel rumore di fondo delle informazioni.

Ma un manifesto è anche un foglio affisso in uno spazio pubblico. Non parla a un interlocutore privato bensì a una comunità. È una forma di comunicazione che nasce per essere vissuta, discussa, contestata, ricordata.

In questo senso il manifesto non si limita a formulare un pensiero, ma lo consegna deliberatamente allo spazio comune della convivenza umana, accettando che venga interpretato, discusso e persino contraddetto.

Esiste infine il manifesto come testo programmatico, dichiarazione di principi e intenzioni. Qui la scrittura diventa performativa perché indica una direzione precisa per la costruzione di significati comuni.

“Ecco una serie di motivi per i quali può essere sensato scrivere per manifesti”

Non perché il mondo abbia bisogno di nuove idee, ma perché si sente bisogno di nuove architetture narrative capaci di tenere insieme chiarezza, visibilità e progetto. 
Il manifesto diventa così un pretesto narratologico: una forma che consente di parlare simultaneamente di ciò che è evidente, di ciò che deve essere reso pubblico e di ciò che merita di essere perseguito.

Ed ecco, dunque, il mio contributo manifesto all’arte del ritrarsi scritto con convinzione ma in punta di piedi.

1. Ritrarsi non significa sparire, ma significa rifiutarsi di occupare tutto lo spazio.

Siamo stati addestrati a considerare la nostra incondizionata presenza come un valore in sé. Essere presenti, rispondere, intervenire, precisare, commentare, presidiare, occupare il campo visibile della conversazione. 
Tutto questo viene spesso scambiato per responsabilità, attenzione, vicinanza. Eppure, la presenza, anche quando nasce da un’intenzione buona, può condurre alla facile saturazione.

Un chiarimento necessario: ritrarsi non significa abbandonare la scena, né sottrarsi alla responsabilità della relazione. 
Significa, più radicalmente, riconoscere che in alcuni istanti della nostra esperienza di vita (e dunque di comunicazione) la nostra parola non offre più alcuna possibilità, ma, al contrario, le chiude; non illumina più il rapporto, ma lo espone a una luce troppo forte, nella quale ogni cosa perde la propria ombra, la profondità, e persino il pudore.

Ritrarsi non è il contrario dell’attenzione o della responsabilità. 
È una disciplina complessa. Un’opportunità per assumere consapevolezza dello spazio fragile e imperfetto, non interamente governabile, in cui anche l’altro può esistere lontano dal continuo eccesso di perfezionismo relazionale e di people pleasing.

2. Ogni parola deve interrogare la propria necessità.

Il silenzio non va nobilitato ingenuamente. Esistono silenzi colpevoli così come esistono assenze pienamente opportunistiche. 
Esistono omissioni mascherate da prudenza.

Talvolta tacere significa lasciare che un’ingiustizia si compia indisturbata; significa abbandonare qualcuno nel momento in cui avrebbe avuto bisogno di una parola chiara; significa consegnare la scena al potere di turno, alla prevaricazione, alla menzogna. Per questo nessun manifesto del ritrarsi può diventare un elogio generico (o peggio, complice) del tacere.

Per il teologo tedesco Dietrich Bonhoeffer, impiccato nel lager di Flossenbürg nel 1945, a proposito del silenzio affermava: «Il silenzio di fronte al male è male di per sé: Dio non ci riterrà innocenti. Non parlare è parlare. Non agire è agire».

Ma proprio perché il silenzio può essere ambiguo o complice, anche la parola deve rinunciare alla propria presunzione di innocenza. 
Parlare, infatti, non è mai un gesto neutro. 
Ogni frase occupa uno spazio preciso, produce una cornice di senso, assegna una posizione, reclama una risposta, apre o restringe l’orizzonte interpretativo dell’altro. Ogni volta che parliamo, non diciamo soltanto qualcosa ma collochiamo qualcuno dentro un preciso campo di forza, anche quando non è citato espressamente.

Servono allora domande preliminari, più severe della semplice intenzione di chiarire: la frase che mi accingo a pronunciare è necessaria o è soltanto il travestimento consolatorio della mia ansia? Genera spazio comune o tenta di impedire che qualcosa accada senza il mio controllo? Porta una differenza vitale o prolunga un circuito già fin troppo logoro?

Non è sufficiente dire “voglio spiegarmi” per rendere necessaria una spiegazione, soprattutto quando non richiesta o – peggio – non ammessa al contraddittorio.
Non basta dire “voglio essere compreso” per autorizzare una pressione indebita sull’altro. Non basta invocare la trasparenza se la trasparenza diventa un dispositivo di esposizione prolungato.

Anche il tempo appartiene all’etica della comunicazione. 
Una parola giusta pronunciata nel momento sbagliato può produrre gli stessi effetti di una parola sbagliata. L'arte del ritrarsi richiede dunque di interrogare non soltanto ciò che diciamo, ma anche quando lo diciamo.

L’arte del ritrarsi, a mio avviso, è bel altro rispetto alla scelta di parlare meno per virtù ascetica. Si tratta di parlare meglio, e soprattutto di riconoscere quando la parola realizza un recinto 
invece di aprire un varco; quando, sotto il nome del chiarimento, richiede che l’altro resti inopinatamente disponibile alla nostra versione dei fatti.

3. Il limite non è una sconfitta della relazione, ma la condizione perché la relazione non diventi dominio.

Una delle povertà linguistiche del nostro tempo sta nella difficoltà di nominare il limite senza declassarlo a perdita. 
Sappiamo parlare di rottura, chiusura, interruzione, archiviazione, distacco. 
Abbiamo parole amministrative per affermare la fine, possediamo un giusto lessico psicologico per raccontare la scelta di lasciar andare, pronunciamo parole nitide per descrivere la svolta. 
Ma ci mancano parole nitide e puntuali per affermare un limite che non disprezzi ciò che delimita, una distanza che non cancelli ciò da cui si separa, una fine che non trasformi retroattivamente tutto in una somma di fatali errori.

Alle nostre latitudini si parla spesso per ottenere, per trattenere, per correggere, per ricondurre l’altro a una forma compatibile con la nostra ferita o con la nostra attesa.
Ritrarsi significa dunque restituire al limite una dignità simbolica. Non il limite come muro, non il limite come punizione, non il limite come difesa narcisistica, ma il limite come forma minima del rispetto.

4. Prima di giudicare, occorre lasciare spazio alla fragilità dell’interpretazione.

Giudicare non significa soltanto produrre un esito. Ogni giudizio che riguardi il vivente attraversa una zona fragile, nella quale i fatti incontrano il tempo, le parole incontrano la memoria, le intenzioni non coincidono mai pienamente con gli effetti, e nessuno può sottrarsi del tutto alla responsabilità del modo in cui ha osservato.

Esiste però un aspetto del giudizio che raramente viene riconosciuto fino in fondo: ogni osservazione modifica anche chi osserva. Non raccogliamo semplicemente dati sull'altro; li disponiamo entro una trama di aspettative, ferite, paure. Per questa ragione il ritrarsi non riguarda soltanto ciò che diciamo degli altri, ma anche la disponibilità a sospendere, almeno per un istante, la fiducia assoluta nelle categorie con cui li stiamo leggendo.

L’arte del ritrarsi riguarda anche il giudizio. Prima di occupare l’altro con una definizione definitiva, prima di trasformarlo nella somma delle sue parole, delle sue mancanze, delle sue contraddizioni, occorre lasciare uno spazio alla possibilità che qualcosa a noi sfugga. 
Non per relativismo, non per debolezza morale, non per rinuncia a distinguere il vero dal falso o il giusto dall’ingiusto. Ma perché la vita umana non coincide mai integralmente con il fascicolo riservato che possiamo costruire su di essa.

Ritrarsi dal giudizio assoluto significa accettare che ogni interpretazione seria porti con sé un resto. Quel resto non invalida il giudizio; lo rende umano e perfettibile. Lo sottrae alla violenza delle formule disciplinate e totali.

5. La comunicazione non va misurata dalla quantità di parole prodotte, ma dalla qualità dell’incontro che rende possibile.


Una parola buona non è necessariamente una parola gentile, pacificata, prudente. 
Può essere anche severa, netta, perfino dolorosa. Ma deve produrre una differenza. Deve consentire all’intrico delle relazioni un respiro diverso, di nominare un conflitto senza moltiplicarlo inutilmente, di aprire una possibilità che non coincida mai con la ripetizione stanca del già accaduto.

Quando invece la comunicazione perde capacità metabolica, le parole non vengono più ricevute come segni, ma come minacce, accuse, pretese, tentativi di controllo. 
A quel punto ogni frase, anche la più ragionevole, entra in un circuito che la deforma. Ciò che si voleva chiarire diventa ulteriore prova dell’accusa; ciò che si voleva riparare viene percepito come nuova occupazione; ciò che si voleva offrire come cura viene tradotto dal sistema linguistico come pressione. Non basta più migliorare la frase. Non basta cercare il tono giusto. Non basta riformulare.

In questi casi, l’arte del ritrarsi consiste nel riconoscere che il problema non è più soltanto semantico, ma ecologico. Non riguarda più la bellezza o l’esattezza della parola, ma l’ambiente relazionale in cui quella parola si colloca. 
Se il terreno non può più accogliere, continuare a seminare non è generosità: può diventare inutile dissipazione.

Occorre però riconoscere che nessuna ecologia della comunicazione dipende da un solo soggetto. Esistono relazioni nelle quali entrambi contribuiscono ad allargare lo spazio dell'incontro, così come esistono relazioni in cui entrambi partecipano, talvolta inconsapevolmente, alla sua progressiva saturazione. 
Ritrarsi non significa assumersi l'intera responsabilità del fallimento, ma riconoscere il limite della propria capacità di rigenerare da soli ciò che richiede una disponibilità reciproca.

6. Non bisogna creare nel vuoto a perdere.

Creare nel vuoto a perdere significa continuare a parlare come se esistesse ancora una scena condivisa, mentre quella scena si è già logorata da tempo. Significa produrre spiegazioni che non hanno più un destinatario reale, ma soltanto un destinatario immaginato dal nostro bisogno di fare ordine. 
Significa alimentare chiarimenti che non chiariscono, promesse di comprensione che aprono ancora nuovi equivoci, tentativi di cura che aumentano la stanchezza complessiva.

Ritrarsi, in questi casi, non significa dichiarare che nulla è mai esistito. 
Al contrario, può significare l’intendimento di evitare che ciò che è esistito venga progressivamente divorato dalla sua stessa impossibilità di proseguire.

7. Le persone vengono sempre prima della vittoria nella conversazione.

Ogni relazione significativa produce una materia delicata. Non soltanto fatti, ricordi, scambi, parole dette. Produce immagini dell’altro, versioni di sé che sono esistite soltanto dentro quel legame, gesti minimi che hanno avuto valore perché qualcuno li ha ricevuti, promesse anche implicite di riconoscimento. Quando la comunicazione si degrada fino a diventare accanimento verbale, il rischio non è soltanto che il rapporto finisca ma che la sua fine distrugga retroattivamente anche ciò che aveva avuto valore.

Si continua a parlare, e così si corrode la memoria. 
Si continua a voler chiarire, e così si rende torbido anche ciò che era stato limpido. 
Si continua a chiedere riconoscimento, e così l’altro smette di essere persona e diventa tribunale, imputato, testimone, funzione, debitore simbolico. 
La conversazione, nata forse per salvare qualcosa, diventa il luogo in cui tutto viene riaperto, ritradotto, sottoposto a giudizio, privato del suo pudore originario.

La sacralità dell’interlocutore consiste nel poter riconoscere che ogni persona conserva una quota irriducibile, una parte non interamente traducibile in spiegazione, racconto, diagnosi, colpa, biografia. 
È sufficiente intendere che nessuno coincide completamente con ciò che possiamo dire di lui, e che nessuna relazione ha il diritto di occupare integralmente l’interiorità di chi la abita. Persino quando il legame è ferito, persino quando vi sono responsabilità da nominare, resta un nucleo della persona che non dovrebbe essere trasformato in campo di battaglia.

Ritrarsi, allora, può essere l’unico modo per impedire che la comunicazione perda ogni rispetto per i suoi stessi protagonisti. 
Non salva necessariamente il rapporto e non garantisce la riconciliazione. Ma può salvare le persone dal diventare soltanto i resti urlanti di ciò che non ha saputo compiersi appieno.

8. La distanza che custodisce va distinta dalla distanza che punisce.


Ogni discorso sul ritrarsi deve vigilare contro la propria potenziale caricatura. 
La distanza di cui parlo può essere una cura, ma può diventare anche ricatto. 
Per questo l’arte del ritrarsi non può mai diventare un alibi elegante per sottrarsi ai propri doveri, né una versione moralmente più raffinata dell’abbandono.

La distinzione è fragile e sempre esposta all’errore. 
Una distanza che custodisce nasce dalla consapevolezza che la prossimità potrebbe produrre più violenza della separazione. 
La distanza che punisce, invece, conserva al centro il controllo. 
Lascia il vuoto non perché qualcosa possa respirare, ma perché qualcuno ne patisca il peso. 
In questo caso non siamo più davanti a una ritrazione generativa, ma a una presenza rovesciata: il soggetto sembra assente, ma continua a occupare la scena attraverso gli effetti della propria assenza.

9. Fare spazio a ciò che non possiamo dire è forse la più alta responsabilità della parola.

Il discorrere ha una vocazione direi espansiva. 
Tipico del sapiens sapiens è l’interesse a nominare, raggiungere, spiegare, trattenere, ordinare. La pretesa di portare alla luce ciò che resta oscuro, dare forma all’esperienza, sottrarre il dolore alla sua confusione. 
Tutto questo è, a tratti, probabilmente necessario. Senza parola, molte cose resterebbero mute, e il silenzio diventerebbe complice di ciò che non merita protezione. 
Ma la parola, se vuole restare davvero umana, deve riconoscere anche il proprio limite.

Il manifesto dell’arte del ritrarsi si chiude, dunque, con domande più che con principi. Ogni volta che parlo, sto generando uno spazio comune o sto impedendo che qualcosa accada senza il mio controllo? Sto offrendo una presenza o sto reclamando un possesso preciso? Sto cercando comprensione o sto chiedendo all’altro di coincidere con la mia necessità di essere compreso?