Tzimtzum, l’arte del ritrarsi

Da una lettura pre-estiva una lezione sulla vita. E sulla comunicazione.

In questi giorni di luglio, stretto nella morsa di luce e calore, ho affrontato un’opera letteraria unica nel suo genere.

“Una voce anonima che si sfoga con violenza contro il genere umano, accusandolo di avere tradito la sua fiducia. In parallelo la storia di Adelmo Sidoti, il custode della Fortezza: un'antica rocca trasformata in una moderna e asettica prigione in nome di una nuova Procedura che ha abolito giudici e avvocati, sostituendo i tribunali con un sistema che non conosce errore. Nelle celle, quattro individui in attesa della sentenza. Uno di loro, rinchiuso in un impenetrabile silenzio. Uomini alla deriva, messi di fronte al più duro dei processi: quello a se stessi”. La sinossi è delle migliori. Mi ha preso.

In quel tempo intermedio in cui i libri non sono ancora vacanza, ma cominciano già a sottrarsi alla disciplina dell’urgenza, la lettura di 
Tzimtzum. I giudici riluttanti di Antonio Salvati ha alimentato la mia indomita curiosità di vederci più chiaro: nel linguaggio, nelle relazioni, nei meccanismi di produzione del consenso e nei processi di inveramento delle attese.

Non l’ho letto come si legge semplicemente un romanzo, né come si attraversa un saggio travestito da finzione, e forse proprio questa sua lateralità, questa oscillazione tra racconto distopico, meditazione sul giudicare e interrogazione sul rapporto fra potere umano e dispositivo tecnico (compresa l’intelligenza cosiddetta artificiale), ha prodotto in me un effetto più durevole di quanto mi aspettassi.

Il libro contiene una parola ebraica antica, di apparente lievità, Tzimtzum, e la colloca in un immaginario narrativo nel quale la giustizia (intesa come Organizzazione Giurisdizionale) sembra essersi ‘finalmente’ liberata dell’imperfezione degli uomini affidandosi a un sistema non umano, a una Voce che decide senza tremare e senza esitare, come se l’errore appartenesse soltanto alla carne, alla biografia, al linguaggio incerto dei giudici, degli avvocati, degli imputati, dei testimoni, e non alla struttura stessa di ogni giudizio che pretende di chiudere il vivente dentro una forma.

Forse è stato proprio questo a trattenere la mia attenzione: non tanto la distopia, che pure nel libro lavora come una macchina narrativa incalzante molto ben riconoscibile, quanto il fatto che quella parola, venuta da una tradizione mistica che appartiene alla Cabala lurianica, eccedesse la categoria religiosa per diventare un quesito radicale sul nostro modo di abitare il linguaggio, le relazioni, il potere, persino la comunicazione.

Tzimtzum significa, nella sua nudità più difficile, ritrazione, contrazione, autolimitazione: non è il gesto di una potenza che fonda il mondo riempiendolo di sé, ma il movimento, quasi impensabile per la nostra concezione dell’autorità, attraverso cui l’Infinito arretra, si vela, rinuncia alla propria saturazione perché qualcosa d’altro possa affiorare in uno spazio non interamente posseduto.

Prima della creazione non ci sarebbe, quindi, un mondo da ordinare, una materia da modellare, una scena ancora vuota in attesa di essere riempita; ci sarebbe, al contrario, una pienezza assoluta, così totale da dover rinunciare a una parte della propria evidenza, o almeno alla propria saturazione, per generare una cavità - un khalal - uno spazio non immediatamente riassorbito dall’Infinito. 
La creazione, in questa figura quasi insostenibile per la nostra idea abituale di potenza, non comincia con un’espansione, ma con una sottrazione. 
Complicatissimo ma terribilmente affascinante.

È difficile pensare una figura più controintuitiva in questo nostro tempo palindromo e troppo comunicativo, che misura quasi tutto in termini di presenza, continuità, risposta, visibilità, produzione, presidio, tempestività. 
Abbiamo imparato a riconoscere come attivi coloro che intervengono, che si espongono, replicano, precisano, commentano, presidiano la conversazione, correggono le interpretazioni, alimentano una permanenza quasi obbligatoria dentro il flusso dei segni. Online e offline, comunque e ovunque.

Siamo meno capaci di nominare la qualità generativa del ritrarsi, non perché ogni ritiro sia buono, non perché il silenzio debba essere automaticamente nobilitato, non perché l’assenza non possa diventare anche omissione, viltà, ricatto o indifferenza, ma perché ci manca l’esperienza di porre limite all’eccedenza.

Conosciamo il lessico dell’emissione, ma non quello della sospensione. 
Conosciamo l’architettura della risposta migliore, ma non quella dell’attesa. Conosciamo la retorica dell’ascolto, ma molto meno la pratica esigente di lasciare all’altro uno spazio che non sia già stato colonizzato dalla nostra interpretazione.

È qui che il libro di Salvati, almeno per come ha lavorato dentro di me, esce dalla sua trama e diventa una sfida epistemologica. 
Se nel romanzo l’abolizione dei giudici e degli avvocati a favore di una Procedura apparentemente infallibile interroga il rapporto fra intelligenza artificiale, giustizia e giudizio, la parola Tzimtzum sposta il problema più a fondo: non ci interroga su quanto potere possiamo delegare alla macchina, ma quale spazio dobbiamo preservare affincé il giudizio resti ancora umano, cioè (diciamocelo pure) francamente fragile, ragionevolmente responsabile, esposto alla fatica dell’interpretazione.

La questione non riguarda la nostalgia dell’imperfezione contro il fascino dell’algoritmo, né la difesa retorica e muscolare dell’umano come valore astratto. Riguarda il fatto che giudicare non significa semplicemente produrre un esito, ridurre un’incertezza, applicare una sequenza, ricondurre un caso a un modello. Giudicare significa attraversare una zona nella quale la norma incontra il tempo, il fatto incontra la memoria, la prova incontra il linguaggio, e qualcuno, proprio perché non può sparire dietro l’automatismo della decisione, deve rispondere del modo in cui ha guardato.

Questo vale, in una forma meno solenne ma non meno decisiva, anche per la comunicazione. 
Già, la comunicazione (che poi è sempre relazione, azione, creazione, liberazione, sensazione. Forse persino complicazione).
Ho pensato allora allo Tzimtzum come a una sorta di modello di ecologia del contatto umano. Se comunicare non è soltanto trasmettere informazioni, ma costruire e trasformare relazioni dentro sistemi di significato, allora ogni parola produce effetti che eccedono il suo contenuto. 
Una frase colloca l’altro dentro una cornice, reclama una risposta, apre o chiude possibilità interpretative.

Quando un sistema relazionale è vivo, la comunicazione conserva una certa capacità metabolica. Se il sistema si satura, se i presupposti dell’ascolto sono compromessi, se le parole non vengono più ricevute come segni ma come minacce, accuse, richieste di resa o tentativi di controllo, allora la comunicazione diventa solo assordante rumore di fondo.
Per descrivere questa consapevolezza, maturata in anni di lavoro professionale e di osservazione delle dinamiche relazionali, mi sono costruito tre strumenti interpretativi. Non li propongo come categorie scientifiche né come modelli formalizzati, ma come dispositivi euristici utili a osservare ciò che accade quando la comunicazione consuma il sistema che la produce. 
Li ho chiamati: specchio cibernetico, entropia relazionale e dissipazione di energia.

Andiamo con ordine.
Il mio cosiddetto specchio cibernetico indica il modo in cui un sistema restituisce a chi comunica non soltanto il contenuto del messaggio, ma la forma del rapporto che quel messaggio produce. In una relazione disfunzionale, io posso credere di spiegare, chiarire, riparare, mettere ordine; ma il sistema mi restituisce altro, perché la mia spiegazione viene percepita come pressione, il mio chiarimento come accusa, la mia volontà di riparazione come nuovo tentativo di controllo. Lo specchio cibernetico non riflette la mia intenzione soggettiva, ma il circuito in cui essa entra. Mi obbliga a vedere che non basta volere il bene della comunicazione perché la comunicazione faccia bene.

L’entropia relazionale, invece, è il nome che voglio dare al progressivo degrado di un legame quando le parole non riescono più a produrre differenza significativa, ma soltanto accumulo, confusione, ridondanza, attrito. Non è semplice conflitto, perché il conflitto, quando è ancora simbolicamente organizzato, può perfino essere generativo; è piuttosto la perdita della capacità del sistema di trasformare energia comunicativa in senso condiviso. Si parla, si risponde, si precisa, si torna indietro, si riformula, si corregge la correzione, ma ogni passaggio aggiunge disordine invece di ridurlo. A quel punto non siamo più davanti a un dialogo difficile, ma a un circuito dissipativo.

La dissipazione di energia consiste precisamente in questo: continuare a investire parola, attenzione, memoria, dolore, spiegazione, senza che quel consumo produca comprensione, cura, trasformazione o almeno una differenza vitale. 
Dal punto di vista antropologico e perfino biologico, un organismo che disperde energia senza ricevere alcun ritorno informativo o adattivo mette a rischio la propria integrità. Dal punto di vista umano, una persona che continua a comunicare dentro un sistema incapace di decodificare, o disposto a distorcere sistematicamente ogni segnale, finisce per consumare il rapporto stesso.

Ma quando è opportuno interrompere la comunicazione e ritrarsi? Arriva in soccorso ancora una volta la stimolante riflessione sullo Tzimtzum. La ritrazione (pure definitiva e dolorosa) diventa non solo opportuna, ma eticamente e vitalmente necessaria quando si verificano tre precise condizioni strutturali.

La prima riguarda il momento in cui l’atto comunicativo diventa esercizio di potere. Questo passaggio è spesso difficile da riconoscere, perché si presenta sotto forme moralmente presentabili: desiderio di chiarire, bisogno di dirsi tutto, volontà di non lasciare fraintendimenti, urgenza di essere compresi. 
Eppure, quando l’altro non possiede più, o non vuole più attivare, i presupposti minimi per comprendere, continuare a parlare può voler dire tentare di forzare il suo spazio mentale, impedirgli di restare altro, non accettare la sua distanza, perfino il suo diritto a non capire.
Naturalmente questa condizione richiede una cautela particolare.
L’opacità dell’altro (per fortuna) non è mai completamente accessibile e nessuno dispone della facoltà di stabilire con certezza se una persona non voglia comprendere, non possa comprendere o stia semplicemente attraversando tempi interiori che non coincidono con i nostri. Non mi interessa sapere cosa accada nella mente altrui; mi interessa riconoscere quando un sistema comunicativo produce in modo ricorrente gli stessi esiti di incomprensione, indipendentemente dalle intenzioni dei partecipanti.
La parola, che si immaginava ponte, diventa occupazione. Lo Tzimtzum allora, alla mia vista, non è abbandono, ma riconoscimento del limite oltre il quale la relazione non può essere salvata senza essere violata.

La seconda condizione è quella che chiamerei, con una formula volutamente aspra, il “creare nel vuoto a perdere”. 
Nella visione lurianica, il ritiro dell’Infinito apre uno spazio nel quale qualcosa può venire al mondo; il vuoto non è un nulla sterile, ma il grembo simbolico di una realtà separata, persino diveniente. 
Nelle relazioni umane, però, può accadere l’opposto: possiamo continuare a immettere parole in un vuoto che non genera più nulla, un vuoto che non accoglie, non trasforma, non restituisce, non fa nascere un senso comune, ma inghiotte ogni tentativo e lo riconsegna sotto forma di risentimento, equivoco o stanchezza.
Creare nel vuoto a perdere significa parlare come se ci fosse ancora una scena condivisa, mentre quella scena è già crollata; significa produrre spiegazioni che non hanno più destinatario, promesse di chiarimento che alimentano soltanto nuovi fraintendimenti.
Si tratta di un investimento simbolico dissipativo, che consuma energie senza produrre generatività e non perché ciò che viene detto sia necessariamente falso o povero. In questi casi, continuare a parlare non è più creare, ma alimentare una perdita. Ritrarsi allora ha il significato di interrompere una produzione di dolore, riconoscendo che il silenzio, se assunto responsabilmente, può avere una propria dignità creativa.

Naturalmente nessuno dispone di un criterio infallibile per stabilire quando questa soglia sia stata oltrepassata. Le relazioni sorprendono, talvolta si rigenerano proprio quando sembrano esauste. 
Tuttavia, esistono situazioni in cui la reiterazione degli stessi scambi produce sistematicamente gli stessi esiti distruttivi e nelle quali la prosecuzione del dialogo non apre possibilità nuove, ma ripete soltanto ciò che è già accaduto. È a questa specifica configurazione che mi riferisco.

La terza condizione riguarda il passo indietro come unico modo per preservare la sacralità dei soggetti.
Utilizzo con cautela questo termine a me tanto caro, sacralità, non in senso necessariamente religioso, ma antropologico e fenomenologico. 
Mi riferisco a quella quota irriducibile dell'esperienza umana che non può essere completamente tradotta in spiegazione, resa interamente disponibile all'analisi o assorbita dentro una dinamica di controllo reciproco. 
Ogni persona conserva un nucleo inviolabile di interiorità e di eccedenza che nessuna relazione ha il diritto di occupare integralmente.
Questa convinzione non deriva da una particolare dottrina religiosa, ma da una constatazione elementare dell'esperienza umana. 
Ogni volta che crediamo di avere finalmente compreso qualcuno fino in fondo, qualcosa sfugge; ogni volta che tentiamo di ridurre una persona alla sua biografia, alle sue parole, alle sue scelte o perfino ai suoi errori, emerge una parte eccedente che resiste alla definizione. L'essere umano non coincide mai completamente con il racconto che ne facciamo. È forse questa eccedenza, prima ancora che la coscienza o la ragione, a fondare la dignità della persona. 
Chiamo sacralità proprio questo: non una qualità separata dal mondo, ma l'impossibilità di esaurire un essere umano dentro una spiegazione definitiva.

Ogni relazione significativa produce una materia delicata: ricordi, fiducia, gesti, intimità, immagini dell’altro, versioni di sé che sono esistite solo dentro quel legame. Se la comunicazione si degrada fino a diventare accanimento terapeutico verbale, il rischio non è soltanto la fine del rapporto, ma erodere retroattivamente ciò che aveva avuto valore. Si continua a parlare, e così si distrugge la memoria; si continua a chiarire, e così si rende opaco anche ciò che era stato limpido; si continua a chiedere riconoscimento, e così si trasforma l’altro in tribunale, imputato, testimone, debitore, funzione.

Il passo indietro, in questa situazione, non salva necessariamente il rapporto, ma può salvare i soggetti dal diventare soltanto il campo di battaglia del suo fallimento.
In questo senso, lo Tzimtzum non è una poetica della fuga, né una giustificazione elegante per sottrarsi alle responsabilità.
Al contrario, prevede una responsabilità più difficile, perché obbliga a distinguere il silenzio che tradisce dal silenzio che custodisce, la distanza che punisce dalla distanza che lascia respirare, la rinuncia che coincide con l’indifferenza dalla rinuncia che impedisce alla parola di trasformarsi in dominio.

Vale forse la pena esplicitare un equivoco possibile. 
Nulla di quanto sto sostenendo dovrebbe essere interpretato come una sofisticata legittimazione dell’abbandono relazionale o come un elogio della diserzione affettiva. Esistono silenzi colpevoli, ritirate opportunistiche e assenze che lasciano sull’altro il peso di una responsabilità che non gli appartiene. 
L’atteggiamento di cui sto parlando non coincide con il sottrarsi ai propri doveri; coincide semmai con la capacità di riconoscere il momento in cui la permanenza rischia di produrre più violenza della distanza.

È una distinzione fragile, sempre esposta all’errore, e proprio per questo non può essere assunta a slogan.
Talvolta bisogna parlare quando tutto consiglierebbe il silenzio, perché tacere significherebbe coprire un’ingiustizia, abbandonare qualcuno, lasciare che il potere occupi indisturbato la scena.
Altre volte bisogna tacere quando tutto dentro di noi reclama parola, perché parlare significherebbe soltanto aumentare la presa, non accettare la separazione, riaprire continuamente la ferita per controllarne il racconto.

Arriviamo così al nodo linguistico, che molti di voi conoscono come mio cruccio.
“Che barba, Montani. Abbiamo capito. Ci chiedi di essere cauti, l’abbiamo compreso. Ma fino a quando?”.
“Finché il finito avrà luogo nell’infinito”.

Quali parole usiamo per nominare il limite senza farlo sembrare una sconfitta? Quali parole abbiamo perso per dire un rapporto che deve finire senza essere disprezzato, una comunicazione che deve interrompersi senza essere cancellata, una memoria che deve restare senza diventare possesso?

Le nostre formule correnti sono spesso povere: chiudere, interrompere, archiviare, voltare pagina, lasciar andare. Sono parole utili, talvolta necessarie, ma sembrano quasi sempre amministrare una pratica e non una trasformazione.
La lettura pre-estiva del libro di Salvati ha continuato a lavorarmi dentro ben oltre la sua conclusione.
Questo ho colto e apprezzato: ritrarsi non significa affatto sparire; può significare smettere di occupare il luogo in cui l’altro deve tornare a esistere senza di noi, o in cui noi stessi dobbiamo tornare a esistere senza essere consumati dal bisogno di essere compresi.
La domanda rimane aperta, e non consola per nulla: sto parlando per generare uno spazio comune, o per impedire che qualcosa accada senza il mio controllo?

Ogni volta che questa domanda viene presa sul serio, anche solo per un istante, la parola umana rinuncia a espandersi senza misura e ritrova la sua facoltà più rara, e più dolorosa: fare spazio a ciò che non può dire.

Rabbi Nachman di Breslav descrive questa condizione attraverso il paradosso fondativo dello Tzimtzum: un vuoto che esiste soltanto perché continua a essere segretamente abitato da ciò che sembra essersi ritirato. Per questo scrive:

«Solo in futuro sarà possibile comprendere lo Tzimtzum che ha portato in essere lo 'Spazio Vuoto', poiché di ciò dobbiamo dire due cose contraddittorie... Lo Spazio Vuoto è avvenuto mediante lo Tzimtzum, in cui, per così dire, Egli ha 'limitato' la Sua Divinità e l'ha ritirata da lì, ed è come se in quel luogo non vi sia il Divino... la verità assoluta è che il Divino deve tuttavia esservi presente, perché certamente nulla può esistere senza il Suo dargli vita.»

Likutei Moharan I, 64