L’apocalisse tascabile
Arriva la fine del mondo. Come ieri e come domani.
Prima era tornata Anna, inopinatamente. Poi avevo riletto La strada e, quasi senza decidere, ero passato a Stazione undici.Si è trattato di un’estate complicata, torrida, folle, attraversata da narrazioni postapocalittiche nelle quali ognuno, anche il simpatico bagnino dell’isola d’Elba, ci aveva messo del suo. Un periodo elegiaco, disilluso e profondamente introspettivo.
Frasi brevi, dialoghi essenziali, stile spoglio, quasi desertificato.
«Scusi, dico a lei. È suo quell’ombrellone che sta volando via?»
«Maledizione, che tempo di merda.»
Più che in altri tempi, forse, non esistevano più le mezze stagioni. E neppure le mezze misure.
C’è stato di meglio, o di peggio, dipende: un tono cupo che ha narrato del crollo delle istituzioni sociali e morali e dell’abbandono a una vita di brutalità. Cormac McCarthy, Emily St. John Mandel o Niccolò Ammaniti? O il mio bagnino dell’Elba?
«Facciamo tutti schifo. Meritiamo l’estinzione.»
Niente filtri edulcoranti, solamente un faccia a faccia con quella materia istintiva, animalesca e fratricida che la civiltà riesce appena a disciplinare. Quest’estate non si era visto molto di meglio, a pensarci.
Dal mio canto, non mi ero certo cimentato né nell’up-lit né, tantomeno, nell’hopepunk o nel solarpunk. Nessun ottimismo fondato sull’armonia comunitaria, nessun afflato biologicamente incline all’altruismo e alla cooperazione. Lo confesso.
Qualche sera fa scorrevo distrattamente le notizie sul telefono, con quel gesto verticale che ormai compiamo senza quasi avvertirne la natura, come se non stessimo leggendo, ma facendo scorrere il mondo perché continui a esistere nonostante tutto. Nonostante il bagnino dell’Elba.
Sullo schermo comparivano, uno dopo l’altro, un punto di non ritorno climatico, l’imminente collasso dell’economia europea, una nuova epidemia pronta a propagarsi e l’intelligenza artificiale che, secondo Sam Altman, CEO di OpenAI, e Dario Amodei, CEO di Anthropic, avrebbe reso l’uomo superfluo prima di quanto fossimo disposti ad ammettere.
Poco più sotto, una squadra di calcio era sprofondata nella catastrofe dopo una sconfitta casalinga. I fatti non avevano evidentemente lo stesso peso, ma le parole, che avrebbero dovuto misurarne la differenza, sembravano averla smarrita.
E di nuovo, periodi elegiaci, disillusi e profondamente introspettivi.
Non pago, continuavo a scorrere, mentre ciascun titolo reclamava la precedenza non sugli altri titoli, ma sulla mia inquietudine. Nessuno mi chiedeva propriamente di comprendere, ma di arrivare in tempo alla fine, di non restare escluso dall’istante in cui qualcosa di irreparabile si sarebbe finalmente manifestato.
La notizia diventava così una specie di convocazione senza luogo, alla quale si poteva rispondere soltanto mediante un clic, gesto minimo e tuttavia sufficiente a registrare il successo della minaccia di turno. Non importava che avessi davvero letto l’articolo, che ne avessi compreso la sostanza o che, abbandonata la pagina dopo poche righe, ne conservassi qualcosa oltre la vaga inquietudine che mi aveva indotto ad aprirla.
Il movimento era avvenuto. Per il dispositivo poteva bastare.
L’elemento che mi colpiva non era la paura, della quale la comunicazione si era sempre servita, né il ricorso all’iperbole, che appartiene alla lunga storia della retorica pubblica. Era l’assiduità della fine, la sua docile disponibilità a presentarsi ogni giorno, possibilmente più volte al giorno, assumendo volta per volta il volto del clima, della finanza, della guerra, della tecnologia o della salute. La catastrofe, che avrebbe dovuto interrompere il corso ordinario degli avvenimenti, ne era diventata la punteggiatura. Non irrompeva più nel tempo: lo amministrava, e bene.
«Dai, diciamocelo. Il mondo è finito.»
«Al momento è terminato solo il mio cocktail. Potrebbe darmene un altro? Con meno ghiaccio, che accorcia la vita.»
La fine è diventata un vero e proprio formato. Il futuro, che un tempo si lasciava immaginare come il campo delle possibilità, viene anticipatamente occupato dallo scenario peggiore; il presente, dal canto suo, si riduce al tempo residuo che ci separerebbe da qualcosa di già deciso altrove.
L’elemento che mi colpiva non era la paura, della quale la comunicazione si era sempre servita, né il ricorso all’iperbole, che appartiene alla lunga storia della retorica pubblica. Era l’assiduità della fine, la sua docile disponibilità a presentarsi ogni giorno, possibilmente più volte al giorno, assumendo volta per volta il volto del clima, della finanza, della guerra, della tecnologia o della salute. La catastrofe, che avrebbe dovuto interrompere il corso ordinario degli avvenimenti, ne era diventata la punteggiatura. Non irrompeva più nel tempo: lo amministrava, e bene.
«Dai, diciamocelo. Il mondo è finito.»
«Al momento è terminato solo il mio cocktail. Potrebbe darmene un altro? Con meno ghiaccio, che accorcia la vita.»
La fine è diventata un vero e proprio formato. Il futuro, che un tempo si lasciava immaginare come il campo delle possibilità, viene anticipatamente occupato dallo scenario peggiore; il presente, dal canto suo, si riduce al tempo residuo che ci separerebbe da qualcosa di già deciso altrove.
Irrimediabilmente deciso. Inevitabile, inoppugnabile.
Non siamo ancora nella catastrofe, ma ne abitiamo retoricamente l’anticamera, dove ogni porta sembra sul punto di aprirsi, sebbene nessuna, fortunatamente o sfortunatamente, si apra mai del tutto.
La retorica apocalittica contemporanea conserva una singolare incompatibilità con la sua conclusione. Ha bisogno che il mondo finisca, ma non può permettere che finisca davvero, perché la fine compiuta abolirebbe insieme il pubblico, il palinsesto e il mercato dell’attenzione.
Non siamo ancora nella catastrofe, ma ne abitiamo retoricamente l’anticamera, dove ogni porta sembra sul punto di aprirsi, sebbene nessuna, fortunatamente o sfortunatamente, si apra mai del tutto.
La retorica apocalittica contemporanea conserva una singolare incompatibilità con la sua conclusione. Ha bisogno che il mondo finisca, ma non può permettere che finisca davvero, perché la fine compiuta abolirebbe insieme il pubblico, il palinsesto e il mercato dell’attenzione.
Deve quindi avvicinare continuamente il limite e, contemporaneamente, differirlo; deve dichiarare irreversibile ciò che domani verrà nuovamente presentato come imminente, secondo una temporalità che assomiglia meno alla tragedia che alla serialità. Il punto di non ritorno, annunciato con crescente solennità, possiede così l’inquietante caratteristica di ritornare.
Il presagio di un imminente durevole passato.
«Per oggi l’abbiamo scampata. Domani chissà…»
«Senta, mi scusi. L’ha prenotato per domani l’ombrellone? Perché mi viene gente, come oggi».
Sarebbe però intellettualmente pigro attribuire questo fenomeno soltanto al cinismo degli editori o agli algoritmi che premiano la reazione emotiva. La mia, la tua, quella del bagnino o del CEO. Una forma narrativa non si impone così profondamente se non incontra qualcosa che la società era già preparata a riconoscere.
L’apocalisse appartiene da secoli al nostro immaginario, nel quale non indicava semplicemente la distruzione del mondo, ma il suo disvelamento.
«Per oggi l’abbiamo scampata. Domani chissà…»
«Senta, mi scusi. L’ha prenotato per domani l’ombrellone? Perché mi viene gente, come oggi».
Sarebbe però intellettualmente pigro attribuire questo fenomeno soltanto al cinismo degli editori o agli algoritmi che premiano la reazione emotiva. La mia, la tua, quella del bagnino o del CEO. Una forma narrativa non si impone così profondamente se non incontra qualcosa che la società era già preparata a riconoscere.
L’apocalisse appartiene da secoli al nostro immaginario, nel quale non indicava semplicemente la distruzione del mondo, ma il suo disvelamento.
Levato il velo, ciò che appariva confuso avrebbe finalmente mostrato il proprio senso; la storia, che sembrava procedere per conflitti indecifrabili, si sarebbe ricomposta in un giudizio capace di separare i salvati dai dannati, la verità dall’inganno, la fedeltà dal tradimento.
Molti simboli religiosi e riferimenti teologici si sono ormai, purtroppo, eclissati; eppure la struttura che li sosteneva continua a operare quasi indisturbata, trasferita in altre forme e posta al servizio di altri intendimenti.
I mostri assumono la forma di sistemi autonomi, le piaghe diventano curve epidemiologiche, il diluvio viene misurato in centimetri d’acqua, mentre il fuoco attraversa le mappe meteorologiche nelle gradazioni cromatiche dell’emergenza. L’intelligenza artificiale, quando viene raccontata come una potenza che potrebbe emanciparsi dai propri creatori per renderli inutili, occupa il posto che altre epoche assegnavano a creature ribelli, idoli animati o apprendisti incapaci di governare ciò che avevano evocato. Persino il giudizio finale sopravvive, sebbene contratto nella velocità sommaria con cui il dibattito pubblico distribuisce colpe, assoluzioni e appartenenze morali.
Questa secolarizzazione del mito, tuttavia, ha espulso proprio ciò che rendeva l’antica apocalisse sopportabile: una trama. La fine religiosa, per quanto tremenda, accadeva dentro un ordine che prometteva di rivelarsi; quella mediatica si consuma invece in una successione di allarmi, ciascuno dei quali sostituisce il precedente senza ereditarne la memoria. Non c’è compimento, perché non c’è sedimentazione. Ci sono soltanto picchi emotivi che, mentre chiedono di essere vissuti come assoluti, vengono rapidamente rimossi dal picco successivo.
La dimenticanza non è un difetto laterale di questo dispositivo, ma una delle condizioni del suo funzionamento. Spiego meglio.
Se conservassimo davvero memoria di tutte le catastrofi annunciate, dovremmo confrontare le previsioni con gli esiti, distinguere gli allarmi fondati dalle esasperazioni, domandarci quali soglie siano state effettivamente superate e quali, invece, fossero state disegnate per rendere irresistibile un titolo. La memoria introdurrebbe proporzioni e le proporzioni rallenterebbero quella reazione immediata da cui dipende il valore economico dell’attenzione. Per questo il flusso informativo non ci chiede propriamente di ricordare ciò che abbiamo letto; pretende che reagiamo abbastanza intensamente da proseguire.
La paura risponde efficacemente a questa richiesta perché agisce prima che l’interpretazione abbia avuto il tempo di articolarsi. Di fronte a una minaccia, il corpo arretra, si irrigidisce o cerca convulsamente una via d’uscita; il titolo apocalittico trasferisce questa grammatica elementare nel rapporto tra il dito e lo schermo. Il clic precede la valutazione, come se la lettura non dovesse più essere l’esito di una curiosità o di una domanda, ma la conseguenza quasi muscolare di un allarme.
Si compone così, quasi fisiologicamente, un’anatomia del disordine emotivo che, prima ancora di annunciare la fine del mondo, conduce a una sorta di apocalisse cognitiva: non la scomparsa della realtà, ma la progressiva incapacità di interpretarla al di fuori dell’allarme.
La piattaforma registra quella contrazione come attenzione, benché non sappia distinguere tra interesse, paura, irritazione e incredulità. Il nostro sobbalzo, tradotto in dato, diventa così un’istruzione per il titolo successivo.
Siamo, nello stesso momento, destinatari e coautori dell’enfasi che ci raggiunge: la subiamo, ma contribuiamo anche, quasi impercettibilmente, a perfezionarla.
Molti simboli religiosi e riferimenti teologici si sono ormai, purtroppo, eclissati; eppure la struttura che li sosteneva continua a operare quasi indisturbata, trasferita in altre forme e posta al servizio di altri intendimenti.
I mostri assumono la forma di sistemi autonomi, le piaghe diventano curve epidemiologiche, il diluvio viene misurato in centimetri d’acqua, mentre il fuoco attraversa le mappe meteorologiche nelle gradazioni cromatiche dell’emergenza. L’intelligenza artificiale, quando viene raccontata come una potenza che potrebbe emanciparsi dai propri creatori per renderli inutili, occupa il posto che altre epoche assegnavano a creature ribelli, idoli animati o apprendisti incapaci di governare ciò che avevano evocato. Persino il giudizio finale sopravvive, sebbene contratto nella velocità sommaria con cui il dibattito pubblico distribuisce colpe, assoluzioni e appartenenze morali.
Questa secolarizzazione del mito, tuttavia, ha espulso proprio ciò che rendeva l’antica apocalisse sopportabile: una trama. La fine religiosa, per quanto tremenda, accadeva dentro un ordine che prometteva di rivelarsi; quella mediatica si consuma invece in una successione di allarmi, ciascuno dei quali sostituisce il precedente senza ereditarne la memoria. Non c’è compimento, perché non c’è sedimentazione. Ci sono soltanto picchi emotivi che, mentre chiedono di essere vissuti come assoluti, vengono rapidamente rimossi dal picco successivo.
La dimenticanza non è un difetto laterale di questo dispositivo, ma una delle condizioni del suo funzionamento. Spiego meglio.
Se conservassimo davvero memoria di tutte le catastrofi annunciate, dovremmo confrontare le previsioni con gli esiti, distinguere gli allarmi fondati dalle esasperazioni, domandarci quali soglie siano state effettivamente superate e quali, invece, fossero state disegnate per rendere irresistibile un titolo. La memoria introdurrebbe proporzioni e le proporzioni rallenterebbero quella reazione immediata da cui dipende il valore economico dell’attenzione. Per questo il flusso informativo non ci chiede propriamente di ricordare ciò che abbiamo letto; pretende che reagiamo abbastanza intensamente da proseguire.
La paura risponde efficacemente a questa richiesta perché agisce prima che l’interpretazione abbia avuto il tempo di articolarsi. Di fronte a una minaccia, il corpo arretra, si irrigidisce o cerca convulsamente una via d’uscita; il titolo apocalittico trasferisce questa grammatica elementare nel rapporto tra il dito e lo schermo. Il clic precede la valutazione, come se la lettura non dovesse più essere l’esito di una curiosità o di una domanda, ma la conseguenza quasi muscolare di un allarme.
Si compone così, quasi fisiologicamente, un’anatomia del disordine emotivo che, prima ancora di annunciare la fine del mondo, conduce a una sorta di apocalisse cognitiva: non la scomparsa della realtà, ma la progressiva incapacità di interpretarla al di fuori dell’allarme.
La piattaforma registra quella contrazione come attenzione, benché non sappia distinguere tra interesse, paura, irritazione e incredulità. Il nostro sobbalzo, tradotto in dato, diventa così un’istruzione per il titolo successivo.
Siamo, nello stesso momento, destinatari e coautori dell’enfasi che ci raggiunge: la subiamo, ma contribuiamo anche, quasi impercettibilmente, a perfezionarla.
Tuttavia la paura, proprio perché intensamente efficace, si consuma.
Nessuno può abitare indefinitamente il massimo grado dell’allerta.
Quando ogni notizia viene presentata come decisiva per la sopravvivenza, la coscienza elabora necessariamente forme di difesa, una sordità intermittente che non coincide sempre con il cinismo e neppure con l’indifferenza morale.
La cosiddetta stanchezza da compassione nasce anche da qui, dall’impossibilità di sostenere un’emozione alla quale non viene offerta alcuna forma, nessuna continuità, nessun passaggio praticabile verso l’azione. Il pubblico, continuamente chiamato a sentire tutto, impara lentamente a sottrarsi, a ridurre l’intensità della propria partecipazione, talvolta a non sentire quasi più nulla. Non si tratta necessariamente di una rinuncia morale.
Quando ogni notizia viene presentata come decisiva per la sopravvivenza, la coscienza elabora necessariamente forme di difesa, una sordità intermittente che non coincide sempre con il cinismo e neppure con l’indifferenza morale.
La cosiddetta stanchezza da compassione nasce anche da qui, dall’impossibilità di sostenere un’emozione alla quale non viene offerta alcuna forma, nessuna continuità, nessun passaggio praticabile verso l’azione. Il pubblico, continuamente chiamato a sentire tutto, impara lentamente a sottrarsi, a ridurre l’intensità della propria partecipazione, talvolta a non sentire quasi più nulla. Non si tratta necessariamente di una rinuncia morale.
Può essere, più modestamente, una strategia di sopravvivenza percettiva, necessaria a preservare un equilibrio interiore davanti a una richiesta emotiva divenuta smisurata e pressoché ininterrotta.
“Ma ha letto oggi la notizia del tipo che ha gettato dal ponte la fidanzata e poi si è tolto la vita?”
“Ho letto, impressionante. Lei usa la protezione 50? Glielo dico perché questo sole causa il cancro alla pelle.”
In questa progressiva anestesia, il linguaggio arriva prima dell’emozione.
“Ma ha letto oggi la notizia del tipo che ha gettato dal ponte la fidanzata e poi si è tolto la vita?”
“Ho letto, impressionante. Lei usa la protezione 50? Glielo dico perché questo sole causa il cancro alla pelle.”
In questa progressiva anestesia, il linguaggio arriva prima dell’emozione.
Le parole sottoposte a un uso eccessivo non perdono soltanto intensità; smarriscono la capacità di distinguere.
Se “catastrofe” può designare nello stesso spazio una carestia, un crollo finanziario e una sconfitta sportiva, la questione non riguarda più il cattivo gusto dell’iperbole, ma la perdita di una scala attraverso cui ordinare le esperienze.
Senza gradazioni linguistiche, eventi profondamente differenti cominciano a sovrapporsi, mentre il giudizio oscilla disordinatamente tra il panico e l’assuefazione.
Anche “emergenza”, che dovrebbe indicare ciò che emerge interrompendo la normalità, finisce per nominare una condizione stabile. “Epocale” viene applicato a eventi dei quali non si conosce ancora la durata. “Irreversibile” anticipa conclusioni che l’analisi non è ancora in grado di dimostrare. “Senza precedenti” cancella spesso i precedenti, anziché riconoscerne le differenze.
Le parole che dovrebbero segnare una frattura diventano progressivamente incapaci di farcela percepire perché, adoperate per conferire rilievo a qualsiasi cosa, producono una superficie uniformemente drammatica.
Ci manca, forse, un vocabolario delle condizioni intermedie, nel quale possano trovare posto ciò che si deteriora senza essere ancora perduto, ciò che diventa pericoloso senza essere inevitabile, la crepa che non è ancora crollo ma della quale sarebbe irresponsabile ignorare la direzione.
È proprio questo tempo, scarsamente spettacolare e politicamente decisivo, che il linguaggio terminale finisce per cancellare.
È il tempo in cui una trasformazione potrebbe ancora essere corretta e nel quale, tuttavia, non disponiamo di immagini abbastanza traumatiche per renderla visibile. La rovina offre macerie, vittime, colpevoli e un prima dal quale osservare il dopo.
Ci manca, forse, un vocabolario delle condizioni intermedie, nel quale possano trovare posto ciò che si deteriora senza essere ancora perduto, ciò che diventa pericoloso senza essere inevitabile, la crepa che non è ancora crollo ma della quale sarebbe irresponsabile ignorare la direzione.
È proprio questo tempo, scarsamente spettacolare e politicamente decisivo, che il linguaggio terminale finisce per cancellare.
È il tempo in cui una trasformazione potrebbe ancora essere corretta e nel quale, tuttavia, non disponiamo di immagini abbastanza traumatiche per renderla visibile. La rovina offre macerie, vittime, colpevoli e un prima dal quale osservare il dopo.
Il deterioramento, invece, procede maleducatamente senza scena: si accumula nei dettagli, attraversa decisioni minute, modifica lentamente le abitudini, finché ciò che avremmo potuto riconoscere come possibilità diventa una condizione. La catastrofe è narrativamente generosa; la manutenzione lo è molto meno.
Il racconto apocalittico risolve la questione attraverso una semplificazione moralmente seducente. Come accadeva nelle antiche rappresentazioni della fine, divide nettamente chi ha visto da chi si ostina a non vedere, gli eletti della consapevolezza dai dannati dell’incredulità.
Quando il pericolo è assoluto, la sfumatura appare una forma di codardia; il dubbio, che potrebbe essere parte integrante della conoscenza, viene interpretato come complicità; la domanda sulla qualità delle prove scivola facilmente verso il sospetto di negazionismo.
Il racconto apocalittico risolve la questione attraverso una semplificazione moralmente seducente. Come accadeva nelle antiche rappresentazioni della fine, divide nettamente chi ha visto da chi si ostina a non vedere, gli eletti della consapevolezza dai dannati dell’incredulità.
Quando il pericolo è assoluto, la sfumatura appare una forma di codardia; il dubbio, che potrebbe essere parte integrante della conoscenza, viene interpretato come complicità; la domanda sulla qualità delle prove scivola facilmente verso il sospetto di negazionismo.
La controversia, nella quale dovrebbero confrontarsi ipotesi, dati e differenti letture delle conseguenze, si contrae in una disputa tra identità morali.
Il dissenso cessa così di riguardare un’ipotesi e diventa il carattere di chi la formula: non si contesta più un argomento, si diagnostica un’identità.
Non tutti gli allarmi sono artifici retorici e non ogni parola estrema è, per ciò stesso, un’esagerazione.
Esistono eventi per i quali il linguaggio ordinario diventa una forma di rimozione.
La questione non è abbassare il tono, ma impedire che la gravità venga confusa con l’indistinzione.
La comunicazione responsabile non dovrebbe rassicurare davanti al pericolo, poiché anche la rassicurazione può essere una tecnica di rimozione.
La questione non è abbassare il tono, ma impedire che la gravità venga confusa con l’indistinzione.
La comunicazione responsabile non dovrebbe rassicurare davanti al pericolo, poiché anche la rassicurazione può essere una tecnica di rimozione.
Dovrebbe piuttosto cercare una forma che mantenga insieme l’urgenza e il tempo lungo, la forza dell’allarme e la precisione dei margini, il rischio e ciò che può ancora modificarlo.
Dire che qualcosa non è inevitabile non significa minimizzarlo, ma restituire all’azione una possibilità. Al contrario, quando l’esito viene narrato come già scritto, la mobilitazione richiesta al pubblico assume un carattere paradossale.
Dire che qualcosa non è inevitabile non significa minimizzarlo, ma restituire all’azione una possibilità. Al contrario, quando l’esito viene narrato come già scritto, la mobilitazione richiesta al pubblico assume un carattere paradossale.
Si pretende che le persone intervengano dopo averle persuase, più o meno esplicitamente, che nessun intervento sarà sufficiente.
L’impotenza appresa prende forma proprio dentro questo paradosso: al pubblico viene chiesto di mobilitarsi, mentre il racconto gli mostra un futuro ormai sottratto alla sua capacità d’intervento.
Tutto questo non nasce semplicemente dalla quantità delle cattive notizie, ma dal modo in cui esse ci assegnano un ruolo: quello di testimoni tardivi di processi che non possiamo più influenzare.
«Mi sento impotente.»
«La sua compagna lo sa?»
«Tra pochi minuti inizia la partita.»
«E quindi?»
«Sarà la fine del mondo.»
Lo disse senza particolare apprensione, mentre guardava verso il mare e cercava la protezione 50. Forse il problema era proprio in quella familiarità, nell’aver reso la fine un’espressione disponibile per ogni contrattempo, per ogni paura e, in fondo, per ogni conversazione che avesse bisogno di un’uscita rapida.
Pronunciata troppe volte, non ci terrorizzava più. Ci faceva compagnia.
Sul telefono comparve un’altra notifica. Per qualche secondo rimasi a guardarla senza aprirla, chiedendomi quante volte una parola possa annunciare la scomparsa di tutto prima di perdere la capacità di distinguere ciò che sta davvero scomparendo. Poi lo schermo si oscurò e restituì appena il riflesso del mio volto, sovrapposto al mare che avevo alle spalle.
La fine del mondo, anche quella sera, non avvenne.
L’impotenza appresa prende forma proprio dentro questo paradosso: al pubblico viene chiesto di mobilitarsi, mentre il racconto gli mostra un futuro ormai sottratto alla sua capacità d’intervento.
Tutto questo non nasce semplicemente dalla quantità delle cattive notizie, ma dal modo in cui esse ci assegnano un ruolo: quello di testimoni tardivi di processi che non possiamo più influenzare.
«Mi sento impotente.»
«La sua compagna lo sa?»
«Tra pochi minuti inizia la partita.»
«E quindi?»
«Sarà la fine del mondo.»
Lo disse senza particolare apprensione, mentre guardava verso il mare e cercava la protezione 50. Forse il problema era proprio in quella familiarità, nell’aver reso la fine un’espressione disponibile per ogni contrattempo, per ogni paura e, in fondo, per ogni conversazione che avesse bisogno di un’uscita rapida.
Pronunciata troppe volte, non ci terrorizzava più. Ci faceva compagnia.
Sul telefono comparve un’altra notifica. Per qualche secondo rimasi a guardarla senza aprirla, chiedendomi quante volte una parola possa annunciare la scomparsa di tutto prima di perdere la capacità di distinguere ciò che sta davvero scomparendo. Poi lo schermo si oscurò e restituì appena il riflesso del mio volto, sovrapposto al mare che avevo alle spalle.
La fine del mondo, anche quella sera, non avvenne.
Restava però da capire che cosa, nel suo interminabile annuncio, stessimo già consumando.